Eurolandia, perché i dati dei Centri Studi leggono la realtà con occhi (e numeri) diversi

24 febbraio 2015, intelligo
Eurolandia, perché i dati dei Centri Studi leggono la realtà con occhi (e numeri) diversi
di Gianfranco Librandi
E’ possibile che due noti istituti di ricerca ed elaborazione dati esaminino la medesima situazione sociale ed economica estrapolando conclusioni contrastanti? La risposta è sì, e questo offre l’assist all’oratoria politica di usarli a proprio vantaggio o contro l’interlocutore nelle varie platee televisive, spesso confondendo le idee del pubblico. Prendiamo il report del Centro studi di Confindustria: espone una visione ottimistica grazie alla svalutazione dell’euro, alla caduta del prezzo del petrolio e in ultimo al QE lanciato dalla BCE (1100 miliardi in 18 mesi). Tutto questo secondo il centro studi di Confindustria è ossigeno puro per il PIL italiano che dovrebbe crescere del 2.1% già quest’anno, e del 2.5% per il prossimo (stime prudenziali ovviamente). Messa in questi termini tutto va benissimo, tuttavia il Centro studi di Confindustria commette un errore, quello di elaborare i dati senza tenere conto della reale situazione del Paese. L’errore è l’approccio lineare degli indicatori, mentre nella realtà l’andamento economico non è né lineare né stabile. Per esempio il petrolio: la discesa del prezzo del petrolio manifesta l’azzeramento dei profitti delle aziende produttrici di oro nero. Ci si dovrebbe aspettare un trasferimento di ricchezza, e invece nonostante alcune aziende petrolifere (specie in USA) chiudono, il consumo di petrolio cala a velocità mostruosa (siamo ai livelli della metà degli anni settanta). Il consumo è contagiato dalla crisi non dal prezzo; e per rispondere a chi è pronto con l’obiezione che si sono sviluppate energie alternative, rispondiamo che questo (seppur vero) allora determinerebbe un impatto non sufficiente ad annunciare un aumento così importante del PIL nazionale. A questo, poi, aggiungiamo che meno benzina si vende meno lo Stato guadagna (due terzi del prezzo reale alla pompa è composto di accise). Stesso discorso vale per la svalutazione dell’Euro che favorisce sicuramente le esportazioni, ma non incide per niente sui consumi interni. Se poi vogliamo anche parlare del QE, servirà principalmente a sistemare i bilanci delle banche e un recupero di utili per quest’ultime attraverso operazioni speculative, niente a che vedere con l’economia reale. Ora guardiamo il rapporto Italia 2015 di Eurispes: l’81.8 degli italiani conferma un peggioramento della situazione economica del Paese, il 50% è convinto che seguiterà a peggiorare ben oltre i prossimi dodici mesi. Il 47.2% delle famiglie fatica ad arrivare alla quarta settimana, il 62.8% utilizza le disponibilità accantonate per quadrare i conti mensili, il 70% della popolazione ha totale sfiducia nelle istituzioni. Questa fotografia del mondo reale, sovrapposta a quella dello scorso anno, fa risaltare subito una differenza preoccupante: dodici mesi fa il 25% degli italiani auspicava l’uscita dalla moneta unica, oggi la percentuale sfiduciata è arrivata al 40%. Quello che in teoria qualche anno fa era solamente un sospetto, cioè che la moneta unica era lo strumento per moltiplicare gli interessi di alcuni Paesi su altri, oggi si trasforma nella realtà dei fatti, e quindi il giudizio degli individui non è più solamente economico ma soprattutto morale. Per questo motivo gli oligarchi si sono dovuti affrettare a considerazioni violente come: “L’euro è irreversibile”. L’irreversibilità è un concetto violento e lontanissimo da ogni principio democratico, l’Europa è in “testa-coda” a causa di procedure errate e avulse dall’impatto sociale prima ancora che economico. Con tutta questa sfiducia e scarsa considerazione dello spessore morale degli oligarchi è realisticamente complicato osservare una “spinta” emotiva necessaria per la crescita. Chi è disposto a credere nelle promesse future dopo che si sono consumati almeno sette anni di tradimenti e d’ingiustizie? Con quale entusiasmo (e denaro) un commerciante o un industriale sarebbe disposto ad avviare un’attività? Confindustria ed Eurispes guardano lo stesso “mondo” con occhio diverso, il primo con animo ottimistico ma poco attinente alla realtà, il secondo fotografa la situazione visibile senza abbandonarsi a considerazioni. La realtà ha bisogno di rinnovamento, riforme radicali e sostanziosi colpi di “pialla” verso realtà che improduttivamente si sono arricchite smodatamente approfittando della situazione. Vedere i ristoranti pieni nascondendo l’impoverimento di chi è oggi destinato solo a schiacciare il naso sulle vetrine dei locali è stato uno scandalo difficile da digerire.
autore / intelligo
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