Sanità, effetto federalismo: 1 su 10 non si cura e chi paga più tasse ha meno garanzie

24 febbraio 2016 ore 7:44, Micaela Del Monte
I numeri sintetizzano la realtà. Uno: quasi un cittadino su dieci rinuncia a curarsi per motivi economici e per le interminabili liste di attesa. Due: la prevenzione si fa a macchia di leopardo, con il Sud che insegue a fatica e regioni come Veneto e Lazio che rispetto agli anni precedenti hanno fatto il passo del gambero. Numeri e foto a cura dell’Osservatorio civico sul federalismo in sanità di Cittadinanzattiva, illustrato oggi a Roma. Una dimostrazione, secondo i promotori, di come alla fine il federalismo non faccia un granchè bene al ‘malato’ Italia. Perché quello che emerge è, appunto, una situazione a macchia di leopardo, con Regioni avanti, Regioni indietro e Regioni al palo. Stesso trend che muta da Regione a Regione per quanto riguarda l’accesso ai farmaci innovativi e in particolare quelli che servono per combattere il cancro e l’epatite C. C’è dell’altro: secondo l’Osservatorio di Cittadinanzattivam nelle Regioni in cui il cittadino paga di più, per effetto dell’aumento della spesa privata per le prestazioni e della tassazione, i livelli essenziali sono meno garantiti rispetto ad altre realtà regionali. Non è dunque un caso se Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva, sollecita così: “E’ ora di passare dai piani di rientro dal debito ai piani di rientro nei livelli essenziali di assistenza, cruciali per la salute dei cittadini e la riduzione delle diseguaglianze”. 

Sanità, effetto federalismo: 1 su 10 non si cura e chi paga più tasse ha meno garanzie
Ma quanto costa la spesa sanitaria ai cittadini? Secondo il report, la spesa sostenuta privatamente dai cittadini per prestazioni sanitarie in Italia è al di sopra della media Ocse, 3,2 per cento rispetto al 2,8 per cento. In generale, le Regioni alle prese con il Piano di rientro, e la Campania in particolare, sono quelle che, a fronte di una minore spesa pubblica e privata e di una elevata tassazione, danno meno garanzie ai cittadini nell’erogazione dei livelli essenziali di assistenza, si sottolinea. Poi c’è l’altra spina nel fianco dei cittadini che necessitano di esami specialistici: liste di attesa e ticket. Dall’indagine di Cittadinanzattiva si confermano come i principali ostacoli per curarsi con la sanità pubblica. Anche qui i numeri aiutano meglio a capire: un cittadino su quattro, fra gli oltre 26mila che si sono rivolti al Tdm nel 2015, segnala difficoltà di accesso alle prestazioni sanitarie per liste di attesa (oltre il 58%) e per ticket (31%). Chi sta peggio sono gli utenti che vivono in Calabria, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Marche, Sicilia, Trento, Bolzano e Veneto. Peggio di loro sta quel 7,2 per cento dei residenti costretto a rinunciare a curarsi: il 5,1 per cento, ovvero circa 2,7 milioni di persone, lo ha fatto perché costretto da condizioni economiche sfavorevoli, segue tutta la problematica delle liste di attesa. Difficoltà principalmente al Sud, mentre i tempi minimi di attesa, in relazione a un campione di 16 prestazioni sanitarie, si registrano nel Nord Est e Nord Ovest. Tempi massimi, relativamente a 12 casi su 16, vengono segnalati al Centro mentre nel Sud emerge che a fronte di maggiori disagi, la gente ricorre di più agli specialisti privati per evitare appendere la propria salute per mesi (nei casi peggiori anche per anni) alle liste di attesa. 
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