Istat: ordini e fatturato giù a dicembre, ma per Unimpresa è la “fiducia” a preoccupare

24 febbraio 2016 ore 11:42, Luca Lippi
Leggiamo dal sito dell’Istat i dati sul fatturato e ordinativi dell’industria per il mese di dicembre. A dicembre il fatturato dell'industria, al netto della stagionalità, registra una diminuzione dell'1,6% rispetto a novembre (-1,7% sul mercato interno e -1,4% su quello estero), nella media del 2015 il fatturato segna un aumento dello 0,2%, sintesi di una flessione sul mercato interno (-0,2%) e di un incremento su quello estero (+1,2%).
A dicembre gli indici destagionalizzati del fatturato segnano flessioni congiunturali per l'energia (-4,6%), per i beni strumentali (-2,2%), per i beni intermedi (-1,2%) e per i beni di consumo (-0,7%). In buona sostanza possiamo dire che il mese preposto a coprire il fatturato di buona parte dell’anno rispecchia la stasi visibile a occhio nudo mentre una lieve spinta potrebbe sorgere dallo svuotamento delle scorte di magazzino.

Istat: ordini e fatturato giù a dicembre, ma per Unimpresa è la “fiducia” a preoccupare
Quello che preoccupa maggiormente è la “fiducia” in calo da parte di famiglie e imprese che ci viene sottolineato dal centro studi di Unimpresa; di fronte ai rinnovati timori di una crescita economica fiacca gli italiani decidono di accumulare "fondi di emergenza".
Paolo Longombardi presidente di Unimpresa dice. “Con una situazione di questo tipo si fa fatica a immaginare un 2016 con grande sprint sui consumi: le prospettive di crescita robusta sono poche e infatti anche il governo ha tagliato le stime sul pil dall'1,6% all'1,4%. Servirà una manovra correttiva sui conti pubblici, secondo il nostro Centro studi fino a 9 miliardi, e questo significa molto probabilmente nuove tasse, che poi è il motivo principale per cui sia le famiglie sia le imprese cercano di accumulare fondi d'emergenza”.
Quello che verosimilmente sta sclerotizzando i consumi è la persistenza della crisi che è ancora troppo “visibile”, oltretutto gli individui hanno perso completamente la fiducia riguardo ogni pratica rassicurante da parte del Governo. La paura di nuove tasse frenano i consumi delle famiglie, bloccano gli investimenti delle imprese e congelano la liquidità delle banche: da dicembre 2014 a dicembre 2015 l'ammontare dei depositi in Italia è passato da 1.510 miliardi a 1.581 miliardi in aumento di oltre 70 miliardi (+4%). 
Il saldo dei conti correnti è cresciuto di 86 miliardi, da 808 miliardi a 877 miliardi (+8%), mentre si registra un calo di oltre 20 miliardi per i depositi con durata prestabilita. I salvadanai delle famiglie sono saliti di oltre 18 miliardi, quelli delle imprese di 26 miliardi, quelli degli istituti di credito di 17 miliardi. Stando all'analisi condotta dal centro studi di Unimpresa, le riserve di assicurazioni e fondi pensione hanno registrato un lieve aumento, salendo di 2 miliardi in 12 mesi (+14%), mentre quelle delle imprese familiari sono salite di 4 miliardi (+9%).
Riguardo le aspettative, Unimpresa (elaborando i dati di Bankitalia) rileva un dato incontrovertibile, cioè che le persone e le imprese non spendono ma non accumulano neanche, tendono a tenere disponibile la liquidità perché percepiscono solo “emergenze” e questo è un dato su cui il Governo deve riflettere poiché senza “fiducia” i consumi non avranno mai sostegno. Il dato è che i soldi ci sono, bisogna solo convincere gli italiani a spendere con fiducia.
Dai dati si capisce che la tendenza reale è quella di non fidarsi; i conti correnti sono passati da 808,9 miliardi a 877,01 miliardi con una crescita di 68,02 miliardi (+8,41%), i pronti contro termine sono saliti di 27,3 miliardi (+22,07%) da 123,9 miliardi a 151,3 miliardi. Saldo negativo, invece, per i depositi rimborsabili con preavviso calati di 1,5 miliardi (-0,51%) da 302,5 miliardi a 301,01 miliardi. In calo anche i depositi con durata prestabilita: quelli fino a due anni sono scesi di 20,7 miliardi (-15,63%) da 132,7 miliardi a 111,9 miliardi; quelli oltre due anni sono scesi di 8,9 miliardi (-6,00%) da 148,9 miliardi a 139,9 miliardi.
Il timore è quello di una crescita della pressione fiscale principalmente, in seconda analisi ma non meno importante, l’incertezza di un reddito futuro a causa della maggiore precarizzazione del lavoro. Tutto questo non giova a condurre trattative con la Ue per una maggiore flessibilità, oltretutto c’è bisogno di una sterzata decisa degli investimenti, i bonus non hanno prodotto alcun beneficio e allora bisogna dirottare risorse sulle infrastrutture, procedimento più lungo ma con prospettive sicuramente positive. Una spolverata di taglio netto agli sprechi è necessaria. 

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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