E se Erdogan avesse ragione? Dietro le rivolte di piazza in Turchia e Brasile

24 giugno 2013 ore 10:20, intelligo
E se Erdogan avesse ragione? Dietro le rivolte di piazza in Turchia e Brasile
di Andrea Marcigliano E’ stata presa un po’ troppo sottogamba dai nostri Media, l’affermazione del premier turco, Recep Tayyip Erdogan, secondo il qual vi sarebbe una sorta di regia occulta tanto dietro alle manifestazioni di piazza violente che hanno travagliato Istanbul in queste ultime settimane, quanto dietro a quelle che, negli ultimi giorni, stanno mettendo (quasi) a ferro e fuoco le principali città del Brasile. Regia che tenderebbe a destabilizzare due paesi in grande ascesa economica e, al contempo, capaci di giocare un ruolo internazionale sempre più rilevante, e quindi, sotto certi profili, ingombrante. Le dichiarazioni di Erdogan sono state trattate, come si diceva, con una certa sufficienza, quasi con ironia, come se fossero solo un tentativo di giustificare il proprio operato e di addossare ad altri le responsabilità dei problemi in cui vera (o sembra versare) la Turchia. Insomma una maldestra dietrologia, un tentativo, poco riuscito di applicare la logica del “mal comune mezzo gaudio”. Tuttavia le parole del premier turco andrebbero lette con maggiore attenzione, senza, soprattutto, le lenti deformanti con cui la campagna mediatica in corso ci ha dipinto, da giorni, gli avvenimenti di Istanbul e, in queste ore, sta cercando di farci digerire anche quelli brasiliani. Andrebbero lette e fatte oggetto di una riflessione più... spregiudicata. Partendo da una serie di osservazioni oggettive. Turchia e Brasile, certo, sono paesi molto diversi fra loro sia per il contesto geopolitico in cui si trovano, sia per la loro interna realtà sociale. Diverse sono anche le forze politiche che governano i due aesi – entrambi, va, però, sottolineato, a sistema democratico, quello brasiliano con struttura federale tipo USA, quello turco con un semipresidenzialismo che ricorda il modello francese. Comunque Erdogan è il leader del AKP, il Partito di ispirazione islamica che molti hanno paragonato, nel recente passato, ad una sorta di DC in versione musulmana; mentre il presidente brasiliano la ignora Dilma Rousseff , l’erede di Lula, è un’esponente del Partito dei Lavoratori, socialista, ed ha addirittura dei trascorsi, mai rinnegati, in organizzazioni di decisa ispirazione marxista che, a suo tempo, condussero la lotta armata contro il regime militare vigente a Brasilia. Trascorsi che la Rousseff ha pagato con tre anni di carcere. Insomma, due realtà diverse. Eppure altri dati di fatto potrebbero avvalorare le tesi (e le preoccupazioni) di Erdogan. Tanto la Turchia che il Brasile sono paesi in grande crescita economica, realtà emergenti e in gran parte già emerse sulla scena economica mondiale. Non per nulla da tempo, ormai, Jim O’Neill, il capo analista di Goldman Sachs, ha inserito il Brasile nel famoso acronimo BRIC(S) che rappresenta le nuove potenze economiche  Brasile, Russia, India, Cina (cui recentemente è stato aggiunto il Sud Africa). E sempre lo stesso O’Neill ha, in seguito inserito la Turchia nel nuovo acronimo MIST (Messico, Indonesia, Sud Corea e Turchia) che rappresenta le potenze destinate a giocare un ruolo sempre maggiore in questo secolo. Tanto Turchia che Brasile possiedono dei sistemi industriali avanzati ed in grande sviluppo. I loro PIL nazionali sono costantemente in crescita nonostante la crisi economica mondiale che continua ad imperversare; il reddito medio dei cittadini ha conosciuto in entrambi i casi una vera e propria impennata nell’ultimo decennio. Certo, per entrambi sussistono problemi e sacche di miseria e malcontento sociale, però le sperequazioni del passato sono andate progressivamente riducendosi. Entrambi i paesi, inoltre, appaiono destinati a giocare un ruolo di crescente importanza nella delicatissima geopolitica del petrolio. La Turchia rappresenta infatti, con il suo articolato e ben strutturato sistema portuale, il terminale privilegiato di una fitta rete di pipeline – realizzate e in va di realizzazione – che veicola e sempre più veicolerà in futuro il petrolio ed il gas dell’Asia Centrale e del Caspio verso il Mediterraneo ed i mercati occidentali. Il Brasile da un lato ha assunto un ruolo strategico dominante nella produzione dei moderni bio-carburanti – di qui l’accordo siglato a suo tempo fra Lula e Bush, e poi rinnovato da Obama e la Rousseff – dall’altro appare coinvolto in prima fila nel progetto del Canale del Nicaragua, che, se realizzato, finirebbe con il rendee sempre meno rilevante il ruolo del Canale di Panama, cambiando completamente la geopolitica degli idrocarburi dell’America Latina e non solo di quella. Infine tanto la Turchia che il Brasile sono, oggi, due potenze geopolitiche di area, con l’ambizione  di estendere il loro ruolo internazionale. Brasilia attraverso la realizzazione di una sorta di mercato Comune latino-americano; Ankara assumendo da un lato un ruolo guida per i paesi turcofoni del Caucaso e dell’Asia Centrale, dall’altro proponendosi come grande protettore degli equilibri interni Mondo Arabo. Due strategie diverse e due scenari lontani, che però possono dare fastidio a molti. E suscitare occhiuti interessi. A questo proposito occorre ricordare che certi centri della finanza internazionale non sono nuovi a sfruttare – e favorire o addirittura provocare . crisi sociali e politiche interne ad alcuni paesi per realizzare i loro fini. Si pensi a quanto accaduto nel Caucaso e in molta parte del Centro Asia dopo l’implosione dell’URSS, o a quando, all’inizio degli anni ’90, una tempesta finanziaria – provocata da gruppi alla cui testa sembra ci fosse il famoso George Soros, oggi considerato, dai media italiani, un “noto filantropo” – annichilì e portò sull’orlo el tracollo le Piccole Tigri asiatiche.  E magari si leggano “Le confessioni di un sicario dell’economia” di John Perkins, recentemente edite da “Il Sole 24Ore”. E si comincerà a dare un peso diverso alle dichiarazioni di Erdogan.
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