Don Mazzi pre-sinodo dà la Comunione a gay e divorziati, ma le regole cosa dicono?

24 giugno 2015, Americo Mascarucci
Don Mazzi pre-sinodo dà la Comunione a gay e divorziati, ma le regole cosa dicono?
“Se mi trovo di fronte un divorziato o un omosessuale e vedo in lui la bontà, la comunione gliela do ugualmente”. 

Parola di don Antonio Mazzi intervistato dal quotidiano Il Tempo sui contenuti dell’Instrumentum Laboris, ossia il testo base del prossimo Sinodo sulla Famiglia in programma ad ottobre su cui discuteranno i padri sinodali. Per Mazzi le aperture della Chiesa sarebbero incoraggianti ma non troppo, perché i tempi a suo giudizio non sarebbero ancora maturi per poter superare definitivamente certe chiusure dottrinali. 

Per lui la responsabilità sarebbe da addebitare tutta ad una Curia romana troppo legata alle tradizioni e timorosa di confrontarsi con il mondo. 

Insomma, secondo il fondatore di Exodus, Francesco il coraggio ce lo avrebbe pure, ma purtroppo non può andare oltre ciò che è contenuto nel documento pre sinodo, perché costretto a mediare con una Curia sostanzialmente ostile alle novità.  Intanto lui la comunione la dà ugualmente, tanto ai divorziati risposati che ai gay perché, bontà sua, la capacità di discernimento ce l’ha già senza bisogno che sia la Chiesa ad indicargli la strada da seguire.  

La posizione di don Mazzi, sicuramente legittima ma altrettanto discutibile, è comune a diversi sacerdoti abituati a “disobbedire” alla disciplina in base al principio che la dottrina non deve mai venire prima dell’accoglienza. Ma come può esservi accoglienza, misericordia e perdono se non nel rispetto della dottrina? 

Don Mazzi ci dice che anche Gesù ai suoi tempi era un eretico perché andava contro le regole del tempo e non si uniformava alla disciplina dettata dal sinedrio. Un sinedrio che oggi il prete vede riflesso nella Curia romana, una Curia che secondo lui sarebbe pronta a mandare nuovamente Gesù sulla croce pur di restare fedele alle proprie convinzioni, a quella che è considerata la verità. 

Ma chi è che ha dettato questa verità se non Gesù stesso? 

Chi è che ha stabilito che un matrimonio è indissolubile e che colui che ripudia la propria moglie per sposarne un’altra commette adulterio? 

Chi ha specificato che “Dio maschio e femmina li creò” e che l’uomo e la donna diverranno una sola carne? Sono parole di Gesù riportate nel Vangelo, o meglio dei vangeli su cui la Chiesa ha posto il sigillo della verità, scritti appositamente per fissare anche quelle regole utili a guidare i cristiani sulla via indicata da Cristo. 

Anche perché ai tempi di Gesù era proprio il paganesimo a promuovere l’adulterio, i rapporti fra persone dello stesso sesso. Se Gesù ha dettato principi differenti, per non dire opposti, non lo ha fatto  forse per rimarcare la netta differenza fra la sua dottrina e quella del tempo?  Poi certo Gesù accoglieva tutti cominciando dai peccatori e dimostrando che il dono della misericordia era ed è per tutti. Ma alla donna adultera salvata dalla lapidazione non ha forse detto “vai e non peccare più”? La salvezza può esservi solo nel rispetto della dottrina. Ecco, la chiave del ragionamento sta tutta qui e appare quindi incomprensibile l’atteggiamento di chi vorrebbe accusare papa Francesco di scarso coraggio.

L’Instrumentum Laboris indica proprio la strada della misericordia per tutti nessuno escluso, divorziati risposati e gay in testa, ma riconosce anche l’esistenza di una dottrina indicata dal Vangelo dalla quale non si può deviare. Per questo il divorziato risposato che vuole essere riammesso all’Eucaristia dovrà seguire un adeguato percorso penitenziale al termine del quale sarà compito del vescovo esaminare il caso e stabilire se il desiderio della persona potrà essere esaudito o meno. Fermo restando che ogni storia personale è diversa da un’altra e quindi non si possono applicare criteri generalizzati uguali per tutti, non tutti i divorziati risposati potranno ottenere indistintamente la comunione. 

Quanto alle persone gay non sono state mai rifiutate dalla Chiesa, ma un conto è accogliere e accompagnare queste persone con amorevole cura e affetto integrandole a pieno titolo nella comunità ed impedendo verso di loro ogni sorta di discriminazione, altra cosa è riconoscere loro un desiderio, quello di sposarsi e poter avere dei figli, che non trova alcuna legittimazione né nell’ordinamento naturale, né tantomeno nella dottrina cristiana. Su questi e altri argomenti si confronteranno apertamente ad ottobre i padri sinodali cercando le soluzioni più idonee a favorire l’apertura, e non la chiusura, verso tante difficili situazioni con cui la Chiesa è chiamata a confrontarsi. 

Perché fino a prova contraria le regole dovrebbero valere anche per Don Mazzi che comunque fa parte della Chiesa cattolica. La differenza fra l’essere “ chiesa” o “comunità” come lo sono gli evangelici del resto passa anche dal rispetto della disciplina. Don Andrea Gallo che non era certo un ortodosso in campo dottrinale amava ripetere sempre che “la Chiesa non può camminare senza la testa” e lui che era comunque un sacerdote molto sui generis rispettava l’autorità del vescovo. 

E allora non è forse il caso che sia la “testa”, il Papa e quella gerarchia che per don Mazzi puzza di sinedrio, a decidere ciò che è meglio per la Chiesa?


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