Brexit, il leone britannico si è "mangiato" la Germania. E Putin gongola

24 giugno 2016 ore 11:29, Lucia Bigozzi
di Alessandro Corneli 

Dopo avere sconfitto la Spagna asburgica, la Francia napoleonica e la Germania due volte (quella guglielmina e quella hitleriana), il Leone britannico ha sconfitto anche l’Europa di Bruxelles. Non si può dire che al popolo inglese manchi il coraggio di affrontare da solo la tempesta. Lo schieramento pro-Ue era imponente: Bce, Fed, Fmi e City. Ovvero tutto l’establishment finanziario internazionale con il contorno di politici, attori, giornali. L’assassinio della deputata laburista e pro-Ue, Jo Cox, cinque giorni prima del voto, ha solo ridotto lo scarto: altrimenti quel 52% a favore del Brexit sarebbe stato intorno al 54-55% con un divario di 9-10 punti che avrebbe assunto il significato di una catastrofe. Eppure l’affluenza alle urne, oltre il 72%, doveva favorire proprio i fautori della permanenza del Regno Unito nella Ue. Hanno sbagliato i sondaggisti (non è la prima volta), che in questi ultimi giorni erano tornati a puntare sul Remain; hanno sbagliato gli scommettitori (peggio per loro): hanno sbagliato i guro della finanza che avevano già cominciato a festeggiare in Borsa.

Brexit, il leone britannico si è 'mangiato' la Germania. E Putin gongola
La furbizia del premier David Cameron
non ha pagato: inizialmente euroscettico, aveva pensato di strappare buone condizioni da un negoziato con Bruxelles per giustificare un rovesciamento di posizione. Gli è andata male. Chi, forse, aveva intuito l’esito del referendum è stato il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, che aveva detto: “Comunque vada, non ci saranno nuovi negoziati. Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori”. Gli elettori britannici hanno preso male questa dichiarazione, che contrasta con la propensione di Londra al negoziato. Anche Mario Draghi ha fatto, negli ultimi giorni, dichiarazioni preoccupate.

Dopo una brevissima esitazione, Cameron si è dimesso. Ora la partita si sposta all’interno del partito conservatore che, come si sapeva, è rimasto spaccato dal referendum. Per bloccare un nuovo tentativo indipendentistico della Scozia, che ha votato a favore della Ue, la guida del governo potrebbe andare a Ruth Davidson, leader del partito conservatore scozzese, con o senza elezioni anticipate (la scadenza sarebbe entro il 2019). L’abilità diplomatica della novantenne Elisabetta dovrà affrontare una nuova prova. 
Ora si aprirà una fase di trattative con Bruxelles: durata minima due anni; quanto alla durata massima, anche dieci anni. Ma più importanti saranno le ricadute politiche all’interno dei diversi Paesi. La Germania è stata sconfitta: Berlino avrebbe voluto che Londra, dopo l’auspicata vittoria di Remain, tornasse a testa bassa nelle istituzioni comunitarie. Adesso dovrà decidere se affrontare da sola la leadership dell’Europa e cambiare la linea dell’austerity (ha già fatto alcuni passi in questa direzione) o se perseverare con il rischio che altri Paesi, a cominciare dall’Olanda – tradizionale alleato britannico sul continente –, pensino di verificare la propensione degli elettori per l’Europa. La Francia, dove tra meno di un anno si svolgeranno le elezioni presidenziali e, a seguire, quelle politiche, si trova in grande imbarazzo. Il ruolo di mediatore potrebbe attrarla, ma chi le concederà di svolgerlo?

Quanto all’Europa nel suo insieme, il voto britannico è una chiamata alla chiarezza e al ripensamento di un processo d’integrazione deciso dall’alto che incontra sempre meno sostegno nelle diverse opinioni pubbliche. Il conformismo europeistico ha i giorni contati. Infine, Vladimir Putin può essere soddisfatto e non a caso il vecchio saggio Henry Kissinger è tornato a sostenere che con la Russia si deve dialogare. Come reagiranno i candidati alla Casa Bianca e l’opinione pubblica americana di fronte a questa nuova turbolenza europea è, invece, ancora tutto da scoprire. 
autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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