Brexit, G. Chiesa: “Prima frana della globalizzazione. La fuga dei Paesi a molti non sarà concessa”

24 giugno 2016 ore 12:08, Marta Moriconi
Da Cameron a Farage, dal fallimento della Ue alla Brexit, dagli Usa alla Russia: Giulietto Chiesa, scrittore e giornalista commenta su IntelligoNews a 360 gradi l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. 

Chiesa partiamo da qui: come cambierà l’Europa? 
“Bisogna capire innanzitutto cosa ne pensano gli europei. Secondo me l’uscita della Gran Bretagna è effettivamente la fine dell’Europa che conosciamo perché gli inglesi, qualunque cosa si possa dire di loro, hanno sentito l’Europa come una costrizione. Se ne vogliono andare perché non gli piace questa Europa, e secondo me questo è il parere comune di moltissimi europei. Sostanzialmente hanno dato un segnale all’Europa, se ne vanno ed è bene per l’Europa, per motivi che ho già detto, ma ci danno un segnale: lo stesso che riguarda gran parte degli europei che di questa Europa non sanno che farsene. È la prima frana evidente e sono sicuro che se ci fossero altri popoli messi nella condizione di esprimersi, e ce ne sono almeno quattro o cinque, se ne andrebbero subito”. 

Nonostante la preoccupazione per il crollo delle borse, e probabilmente qualche scossone ci sarà, l’Inghilterra ha dimostrato che sul primato dell’economia ha vinto un primato differente, secondo lei quale? 
“Quello identitario sicuramente ha vinto, cioè questa è una specie di crisi della globalizzazione, che all'anglosassone voleva significare l’annullamento di tutte le differenze, mentre questa non era nei disegni dell’Europa. L’Europa era un’idea di comunità di diversi che decidono di stare insieme, questi invece hanno interpretato l’Unione Europea come un’omogeneizzazione in cui tutti diventiamo americani, ma non è questo lo scopo principale dell’Europa, non lo era e non lo è. Per cui ci sono sicuramente tanti aspetti, non uno solo, c’è quello identitario di riconoscersi in qualche cosa, e c’è quello della paura; questa Europa si è dimostrata incapace debole e pasticciona, non è un baluardo di difesa, ma politico culturale e intellettuale, per cui la gente capisce di essere debole ed essere tali non piace a nessuno”. 

Anche la Francia sembra essere è intenzionata a un ‘Frexit’, secondo lei questo sarà possibile anche per altri popoli oppure noi dell’Europa del Sud siamo più timorosi? 
“Noi siamo molto male organizzati, manchiamo di leader, quindi è chiaro che non c’è nessuno che prende in mano il bastone e comincia a rotearlo. A molti Paesi non sarà consentito di esprimersi, quindi non avremo una fuga, ma se ce ne fosse la possibilità sono certo che diversi Paesi desidererebbero uscire subito. Per Bruxelles adesso si apre una fase molto delicata”. 

Se l’America non sarà di sicuro contenta di questa cosa, la Russia invece come guarda al Brexit? 
“Per quanto riguarda l’America, o meglio le banche americane, è chiaro che erano scontenti prima e lo sono anche adesso, il fatto che la Gran Bretagna rimanesse in Europa era per loro uno strumento di condizionamento dell’Europa molto potente, perché si sa benissimo che Wall Street e la City of London sono la stessa cosa, quindi avere in Europa un Paese come la Gran Bretagna, che controllava l’Europa e bilanciava da sola un pezzo importante delle decisioni europee, era per l’America una cosa molto importante. Seconda cosa, è andata male perché questa è la conferma che i popoli fanno la storia, quindi la dimostrazione che sono in grado di organizzarsi. Per quanto riguarda la Russia invece ha cercato di dialogare con l’Europa e la Gran Bretagna è stato uno dei Paesi che più l’ha ostacolata. Ora il fatto che se ne vada rende più facile questo dialogo tra lei e l’Europa che resta; un’Europa guidata dalla Germania i cui interessi in direzione dell’Unione Europea sono fortissimi, quindi, nonostante la politica della signora Merkel, è considerata da Mosca come un interlocutore importantissimo e privilegiato”.
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