4 anni fa moriva da mito Amy Winehouse: le mostre, il film e gli omaggi

24 luglio 2015, Americo Mascarucci
4 anni fa moriva da mito Amy Winehouse: le mostre, il film e gli omaggi
Se ne è andata quattro anni fa, esattamente il 23 luglio del 2011, eppure il mito di Amy Winehouse vive ancora così come la sua inconfondibile voce, la voce si diceva “di una ragazza nera in un corpo bianco”. 

Amy fu trovata morta nella sua casa uccisa da una overdose accidentale di alcool come ha stabilito il referto medico. La conclusione di una breve esistenza trascorsa fra sregolatezza ed eccessi, fra abusi di alcool e droga, ma forse stroncata più di tutti dal peso di una giovinezza segnata da amori sbagliati e da una solitudine interiore che, nonostante i successi, l’aveva portata a perdere la fiducia in se stessa e la voglia di vivere. 

Il suo destino è comune a quello di tanti altri artisti “maledetti” morti tragicamente, stroncati dalla loro “vita spericolata” e dall’assurda presunzione di poter vivere al di fuori di qualsiasi regola. E’ morta come sono morti Jim Morrison, Jimi Hendrix, Janis Joplin e Kurt Cobain. La sua tragica fine ha contribuito a creare di lei l’immagine di un’eroina negativa, un esempio da non seguire; eppure oggi a quattro anni di distanza Amy ci manca, manca al mondo della musica, manca ai suoi tantissimi fan che non hanno mai smessa di amarla, e manca anche a quanti magari si sono appassionati alla storia triste di questa bravissima artista, dotata di una voce stupenda e di un talento fuori dal comune; una ragazza che non è stata amata fino in fondo e forse non è stata neanche aiutata dalle persone che le sono state più accanto e che non hanno saputo comprendere che dietro un successo straordinario si nascondeva in realtà “il male oscuro”, quella depressione che colpisce tanti personaggi più o meno famosi e li spinge a cercare le gioie della vita nei cosiddetti “paradisi artificiali”. 

Amy non può essere condannata, né giudicata, va compresa e va soprattutto ricordata per quello che è stata realmente, una grande cantante, inimitabile, stravagante quanto volete, ma straordinariamente semplice e fragile. La sua assenza da quattro anni si sente e fa rumore. 

Ora è uscito un controverso documentario sulla sua vita, controverso quanto la sua personalità, intitolato “Amy” e curato  da Asif Kapadia (quello del doc su Senna, sopra il trailer): raccoglie filmati e brani inediti, interviste a chi l'ha conosciuta, amata o anche fatta soffrire come l'ex marito Blake, l'uomo che la portò all'eroina e al crack. Uscito lo scorso 3 luglio nelle sale cinematografiche britanniche, osteggiato dal padre della cantante Mitch (che ne esce piuttosto male), arriverà in Italia il 15, 16 e 17 settembre, all'indomani del compleanno della cantante. Purtroppo accade sempre così; nessuno vuole assumersi le proprie responsabilità, preferendo fuggire e liberarsi da eventuali sensi di colpa, ma nel caso di Amy come detto non si può far finta che nessuno abbia colpe per la sua fine prematura e sotto certi aspetti annunciata.

Sì, perché anche chi ha tanti ammiratori e milioni di persone pronte a riempire gli stadi per ascoltare dal vivo la sua voce, può soffrire per un amore sbagliato, rinunciare a vivere per una delusione, perché in fondo il successo non comporta automaticamente la felicità, né la forza di fregarsene di tutto e di tutti, buttandosi tutto, gioie e dolori, soddisfazioni e delusioni dietro le spalle facendo finta che nulla è successo perché tanto si è famosi e questo basta. Ma ormai questi sono dettagli; il mito è stato costruito, abbatterlo sarà difficile, specie per chi quella voce magica non si stancherà mai di ascoltarla.


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