Jobs Act: più flessibilità, più precarietà. E in caso di gravidanza...

24 marzo 2014 ore 12:24, intelligo
Jobs Act: più flessibilità, più precarietà. E in caso di gravidanza...
di Stefano Sequino
Come si può curare la malattia (ormai cronica) della carente domanda di lavoro con una terapia che agisce solo e soltanto sulla flessibilità del rapporto di lavoro? Guardando agli indicatori dell’occupazione (-478 mila occupati nel 2013 secondo l’Istat) sembra che il tentativo, in altre parole, sia quello di rendere più flessibile il lavoro che non c'è. A distanza di qualche mese dalla presentazione (da parte dell’ex segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi) del cosiddetto pacchetto “Jobs act”, il decreto legge (che rispetto all'originaria formulazione tocca sostanzialmente la questione dei contratti a tempo determinato e di apprendistato) è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 66 del 20 marzo 2014. Ecco i punti salienti.
Jobs Act: più flessibilità, più precarietà. E in caso di gravidanza...
Jobs Act: più flessibilità, più precarietà. E in caso di gravidanza...
Per quanto riguarda i contratti di lavoro a termine è stata aumentata da 12 a 36 mesi la durata del rapporto di lavoro ma
non è più necessario indicare la causa dell’assunzione. Quindi se fino a ieri il lavoro a tempo determinato serviva, tra l'altro, per le assunzioni stagionali e la sostituzione di lavoratori assenti, oggi viene meno l'obbligo di indicare il motivo dell'assunzione così come, di conseguenza, verrà meno la principale causa di contenzioso per le imprese... E se finora i contratti a termine potevano essere prorogati una sola volta, da oggi si potranno rinnovare più volte, fino a un massimo di otto volte entro i 36 mesi (con il rischio di dare un colpo di grazia a quelli a tempo indeterminato) a patto che ci siano ragioni oggettive (...) e si faccia riferimento alla stessa mansione.  In altre parole, il decreto-legge prevede lo “spezzettamento” contrattuale di 5-6 mesi senza più l'obbligo della pausa tra un contratto e l'altro. Tra l’altro, per le lavoratrici in gravidanza o in maternità non servirà neanche più ricorrere al raggiro delle dimissioni firmate “in bianco” o al licenziamento durante il cosiddetto periodo protetto, con tutti i rischi di contenzioso del caso. Basterà infatti attendere la naturale scadenza del (breve) contratto a tempo determinato. Maggiore libertà (sempre per i datori di lavoro) anche sul fronte apprendistato. Non è più obbligatorio infatti assumere gli apprendisti al termine del percorso professionalizzante come condizione per poter ricorrere a nuovi apprendisti così come non è più obbligatorio integrare il percorso formativo con l'offerta formativa pubblica. E se Giorgio Squinzi, Presidente di Confindustria, accoglie ogni iniziativa di liberalizzazione perché evidentemente va incontro alle esigenze delle imprese, sono diverse le sigle sindacali che ritengono che l'iniziativa del Governo non vada a incidere sul problema della precarietà né tanto meno sulla ripresa del mercato del lavoro.    Susanna Camusso, leader Cgil, che già il 14 marzo scorso aveva twittato con chiarezza che “con il decreto Poletti si va nella direzione opposta, + precarietà”, ha bocciato il “Jobs act” al Forum Confcommercio di Cernobbio, ribadendo la necessità di contrastare “la lunga stagione di precariato”. Anche Raffaele Bonanni, Segretario Generale della Cisl, ha dichiarato che “in Italia ci sono 650 mila co.co.pro., almeno 500 mila finti lavoratori con la partita Iva, 54 mila collaboratori nella pubblica amministrazione e 52 mila associati in partecipazione. Qui si annida la precarietà. E' un esercito che aumenta ogni giorno nel silenzio assoluto di tutti i Governi che si sono succeduti negli ultimi anni. ... Questo è il vero scandalo italiano su cui regna un'omertà assoluta”. E ha aggiunto: “la flessibilità deve essere un valore aggiunto per le aziende e non un modo per ridurre i diritti”. Rimane l’interrogativo di come la flessibilità del lavoro tout court, in assenza di altre misure strutturali, possa agire a favore della capacità di crescita, della competitività ma soprattutto della domanda interna. Si attendono gli altri tasselli del mosaico “Jobs act” (dagli ammortizzatori sociali ai servizi per il lavoro, dal salario minimo al sussidio di disoccupazione) ma nel frattempo la flessibilità del rapporto di lavoro continua (nei fatti) ad essere troppo spesso confusa con la precarietà dei lavoratori.
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