La lana di pecora per ripulire il mare? È solo l'ultima (insospettabile) arma bio

24 marzo 2016 ore 11:55, Andrea De Angelis
Il mare e i suoi spazzini insospettabili. La ricerca continua a fare passi da gigante nel tentativo ormai storico di ripulire il mare da petrolio e altre sostanze inquinanti. Una battaglia che si fa soprattutto in laboratorio. 
Così il nuovo prodotto Made in Italy si chiama Geolana SeaCleanup, della linea Lanaturale Salute del Mare. Frutto di un progetto tra Università e impresa: Ingegneria sanitaria e scienze tecnologie e biomediche sezioni microbiologia dell’Ateneo cagliaritano ed Edilana. Si tratta di barriere oleoassorbenti ed idrorepellenti galleggianti a forma di salsicciotto, cuscino, manicotto o boa realizzati in pura lana vergine di pecora sarda che hanno la funzione di contenere, assorbire e bonificare il tratto di mare, nei porti, porticioli, zone costiere, aree di pesca e siti industriali, in cui sono stati sversati idrocarburi petroliferi.
"Geolana è un geo-tessile intelligente, studiato per essere habitat ideale di microrganismi utili che in questo contesto per loro ottimale, trovano il cibo di cui si nutrono: gli idrocarburi derivati dal petrolio e i composti azotati deleteri per le nostre acque", ha spiegato Giampietro Tronci, responsabile di produzione.

La lana di pecora per ripulire il mare? È solo l'ultima (insospettabile) arma bio
Esistono già vari microrganismi che attaccano la plastica, compreso un fungo, e finora i tubi che portano l’acqua in molte delle nostre case non sono stati aggrediti. Già questo mese un nuovo batterio, del genere Ideonella, è risultato particolarmente efficace (fino a cento più degli altri)  nella distruzione del Pet, un osso duro.
Come spiega bene Repubblica.it, i ricercatori giapponesi sono riusciti a isolarlo usando molta pazienza. Sono andati in discariche con un alto tasso di questo tipo di plastica e hanno prelevato 250 campioni di terreno. Poi hanno selezionato le comunità di microrganismi che li abitavano ed hanno trovato quello che cercavano, un batterio che, agendo in un ambiente a 30 gradi, in sei settimane ha seriamente intaccato una pellicola di Pet.

La ricerca sta sempre più spostandosi verso questo tipo di "intuizioni". Del resto appena due mesi fa avevamo presentato un'altra novità in questo senso con la premessa che l'obiettivo è tanto nobile quanto antico: trovare un sostituto "green" alle sostanze chimiche comunemente impiegate per separare e assorbire il greggio dall'acqua, che spesso hanno un elevato impatto sull'ambiente. Ma più in generale riuscire a depurare il bene più prezioso che abbiamo, non fosse altro per il fatto che il 70% circa del nostro organismo è composta da essa, è un tentativo che si ripete negli anni e che si spera possa portare finalmente i suoi frutti. L'acqua come la plastica dunque, l'interesse è lo stesso: A come ambiente.
E mai come in quel caso era corretto parlare di frutti perché al centro del nuovo studio vi erano proprio gli agrumi. Un nuovo modo per depurare l’acqua sia dei fiumi che dei mari consisterebbe proprio nell'impiegare bucce d’arancia e gli scarti della produzione del petrolio. La sorprendente scoperta è stata comunicata a gennaio dai ricercatori della Flinders University di Adelaide in Australia ed è stata pubblicata sulla nota rivista scientifica Angewandte Chemie.



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