Caccia russo, Purgatori: "Oggi la Turchia è un problema, ma sull'Iran i peggiori errori"

24 novembre 2015 ore 13:19, Andrea De Angelis
Caccia russo, Purgatori: 'Oggi la Turchia è un problema, ma sull'Iran i peggiori errori'
L'abbattimento del caccia russo Sukhoi 24 al confine turco siriano rischia di accendere ulteriormente il livello di tensione in una regione già al centro della geopolitica mondiale. IntelligoNews ne ha parlato con Andrea Purgatori, scrittore e giornalista esperto di questi temi...

Questo abbattimento turco del caccia russo che conseguenze avrà nel breve e lungo periodo?

«Non è facile immaginare oggi quali potranno essere le conseguenze, ma di certo è un brutto segnale che indica la complessità della situazione. Nel momento in cui agiscono più attori in un teatro di guerra, se non c'è una condivisione politica di ciò che si fa temo che quanto successo possa ripetersi». 

In molti si chiedono da che parte stia la Turchia. 

«Non è chiaro il ruolo che sta giocando. Fino a qualche tanto tempo fa giocava su due tavoli e flirtava con l'Isis addirittura consentendo ad alcuni dei suoi uomini di essere curati negli ospedali di confine con la Siria. Anche l'ondata di profughi l'ha consentita per mandare un segnale all'Europa. Bisogna capire da che parte sta, se è con la Nato, con l'Occidente o se vuole giocare in proprio anche in Libia. Il suo atteggiamento a questo punto è difficilmente comprensibile». 

Non è un caso che Putin sia impegnato in questi giorni in un vero e proprio tour de force in quella regione? Oggi incontrerà il re di Giordania, nei giorni scorsi ha avuto un lungo colloquio con la guida suprema della repubblica islamica iraniana, Ali Khamenei. Senza dimenticare che Mosca ha revocato il divieto alle aziende russe sulla cooperazione nucleare con l'Iran. 

«Stiamo scoprendo improvvisamente che in quell'area c'è stato un vuoto politico incomprensibile e imperdonabile per troppo tempo. In questo vuoto si sono infilati diversi attori, prima di tutto Putin. Il problema della Turchia, ma anche dell'Arabia Saudita e degli Emirati, è quello di perdere una sorta di posizione referenziale rispetto agli equilibri della zona. L'Isis del resto nasce come scheletro sulla nomenclatura dell'ex regime di Saddam Hussein e fu questo scheletro, costruito dalla componente sunnita, che si è sentito abbandonato nel momento in cui gli Stati Uniti hanno lasciato, di fatto, il Paese al proprio destino».

A cosa si riferisce?

«L'unica tutela l'hanno avuta i curdi e gli sciiti. In questo vuoto l'Arabia Saudita si è innestata sostenendo l'Isis come argine nei confronti dell'Iran, che nel frattempo faceva gli accordi con gli Stati Uniti, e soprattutto per evitare che l'onda lunga sciita andasse a toccarla come era già avvenuto in passato».

Non dimentichiamo che il 13 novembre era la vigilia del viaggio in Europa del presidente iraniano. Insomma, si parla troppo poco del ruolo dell'Iran?

«Se ne parla poco e male. Gli Stati Uniti hanno capito con grave ritardo che era impensabile tenere l'Iran fuori dal tavolo che potrebbe permettere al Medio Oriente di trovare un equilibrio. L'hanno capito poi senza un adeguato lavoro politico che non turbasse gli alleati storici degli Usa, come l'Arabia Saudita e altri Paesi, vedi Israele, che si sentivano protetti dalla super potenza. Quando è saltato questo muro, l'Iran si è ritrovato ad essere la potenza di riferimento dell'area e tutti gli altri hanno cominciato a domandarsi come difendersi e confermare i privilegi avuti fino a quel momento. Dietro l'Isis, dietro quella che stiamo vivendo come una guerra di religione, c'è in realtà un conflitto geopolitico che ridisegnerà i confini politici del Medio Oriente».

Forse a molti conviene far finta di non capirlo...

«Bisogna invece tenerne conto perché è quella l'unica strada da percorrere per arrivare ad una soluzione».






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