Abi: sofferenze in crescita per il 2016, chi paga?

24 novembre 2015 ore 15:36, Luca Lippi
Abi: sofferenze in crescita per il 2016, chi paga?
Gianfranco Torriero, vice direttore dell’Abi precisa che nel 2016 le sofferenze lorde delle banche arriveranno a 212 miliardi e nel 2017 forse si riuscirà a contrarre il fenomeno entro 209,5 miliardi di euro (quest’anno siamo già a 203,6 miliardi). Curiosamente Torriero, nonostante i numeri piuttosto preoccupanti riesce a intravedere segnali positivi nella tendenza. Se per vedere dei segnali positivi bisogna necessariamente “sdraiare” il sistema in via preventiva, allora è buono tutto!

Leggiamo le parole pronunciate da Torriero: “Nel 2017 ci sarà una prima inversione di tendenza per la dinamica degli stock delle sofferenze … l’incidenza dei nuovi prestiti deteriorati sul totale degli impieghi segna una riduzione rispetto ai valori massimi del 2013”. Bisogna essere chiari con le persone, i dati macro non sono affatto confortanti, la crescita intravista sui consumi sono una bolla creata esclusivamente dal mercato dell’auto, e le bolle sono destinate a scoppiare nel breve termine. Non ci sono altri segnali di aumento dei consumi, i redditi sono diminuiti, lavoro non c’è il Jobs Act nonostante l’eliminazione delle tutele e il taglio salariale (nessun posto nuovo, i vecchi contratti sono stati sostituiti con i nuovi tagliando il reddito del lavoratore e facendo spendere allo stato un bonus fiscale triennale che ha peggiorato i saldi del debito pubblico). Per produrre un solo posto nuovo di lavoro, e per posto nuovo si intende un posto di lavoro in più di quelli già in essere, è necessaria una crescita del Pil di almeno il 2% (i numeri sono numeri, la politica non c’entra niente). Su queste basi non si comprende una sola parola di Torriero, giacché il sistema bancario recupera sostanze dalla circolazione di denaro, in assenza di questa circolazione stiamo parlando di un’auto arrugginita ferma da mesi ormai non più marciante.

Nell’intervento del numero uno di Abi (Patuelli) si capisce meglio come si intende far ripartire il ferro vecchio; mette in luce il salvataggio delle quattro banche di cui abbiamo scritto ieri facendo intendere che la strada da seguire da qui ai prossimi 5 anni è esattamente quella di trasferire il rischio sui risparmiatori dopo avere epurato i bilanci delle banche dalle sofferenze e data una “romanella (tinteggiata sulla ruggine)” e cambiato il nome aggiungendo “nuova” al vecchio nome dell’istituto. È il gioco di “banca buona” e “banca cattiva”, la prima del banchiere e la seconda del risparmiatore che non ha competenze da banchiere, quindi destinato a soccombere!

Dice Patuelli: “Nel commissariamento per alcune di queste banche, per alcune di queste banche, quelle commissariate da più tempo, sono state commissionate due diligence. Il problema è che le aggregazioni non sono avvenute e ora le banche italiane vanno a pagare i salvataggi perché nessuno dall’Italia o dall’estero le ha comprate” (fatta la domanda si dia anche la riposta Patuelli!). In sostanza Patuelli ci dice che i bilanci delle banche sono inquinati dalle sofferenze che ne deteriorano irrimediabilmente l’indice patrimoniale, è ovvio che un banchiere “sano” non ha alcuna intenzione di aggregare il bilancio sano del suo istituto con quello “inquinato” di un istituto commissariato, a meno che non sia epurato del morbo che danneggia l’indice patrimoniale. E allora Patuelli lamenta l’assenza dello stato che non vuole sostenere fiscalmente le aggregazioni; quindi il discorso è sempre lo stesso, le banche vorrebbero una socializzazione delle perdite di istituti che non socializzano gli utili! 

In conclusione, la finanza vorrebbe fare festa lasciando il conto alla collettività, e allora viva Keynes tutta la vita, le banche facessero impresa sostenendo totalmente il loro rischio e sul mercato siano sveltamente introdotte banche di interesse nazionale o totalmente a proprietà statale che regolamenti il mercato del credito e del debito, saranno poi i cittadini a decidere se dare fiducia a se stessi o alla benevolenza del privato che benevolo non è perché non sostiene in nessun modo l’Economia, piuttosto appena può la soffoca, con buona pace degli “ultraliberisti” che ormai hanno relegato il sano liberismo al rango di dittatura!   
autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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