Referendum e mercati (sindrome Trump): no-si. Ecco cosa accadrà veramente

24 novembre 2016 ore 16:22, Luca Lippi
I mercati vengono sempre mitizzati (nel bene e nel male), soprattutto alla vigilia di una scelta fondamentale da parte dei popoli.
Niente terrorismo mediatico o pressioni lobbiste. L’unica regola che realmente seguono è questa: I mercati temono solo l’incertezza, la confusione e l’instabilità.
Ai mercati non interessa affatto la politica e neanche il sociale. Il mercato (e la finanza che ne è il motore), segue il flusso di denaro, e il denaro si trova dove ci sono gli investimenti. Se chi investe è di destra o di sinistra o sia un dittatore, per il mercato ciò è irrilevante. 
Il mercato vuole solo vedere progetti e ha tutta l’autonomia per valutarli, non ascolta mai le promesse della politica o i comizi elettorali, ha competenze sufficienti per capire cosa un Paese può fare oppure no. Ed è per tale ragione che i mercati anticipano ampiamente quello che i comuni mortali leggono solo il giorno dopo sui quotidiani.
Detto questo, il mercato non avrà alcuna influenza su quanto sarà deciso dall’elettore il 4 dicembre, così come è accaduto negli Stati Uniti per l’elezione del Presidente Trump o in Gran Bretagna per la Brexit.
I precedenti:

Brexit 
Il ritiro della Gran Bretagna dall’Unione Europea è stato un gioco a somma zero, sia per alcuni paesi dell’Unione Europea sia per gli stessi inglesi. 
Secondo il “Sole24Ore”, il Brexit avrebbe pesato sull’economia britannica troppo focalizzata sui servizi e capitali finanziari, poco o niente sulla manifattura. 
E mentre i commentatori parlavano, chi mangia pane e Borsa già aveva ricordato che la finanza anticipa, e che (come per il referendum costituzionale in Italia) aveva  (in Gran Bretagna), e ha (in Italia), già valutato le sue strategie.
Si era detto che lo spostamento da Londra delle clearing house sull’euro sarebbe costato alle banche 77 miliardi di dollari, costi che neanche un’economia come quella del Camerun può ignorare con largo anticipo rispetto alla contabilizzazione di un’eventualità.
Le voci erano che i leader francesi e tedeschi scalciavano, dichiarando il ritiro delle stanze di compensazione dalla capitale britannica, una volta che Londra avrebbe lasciato definitivamente l’Unione europea… non era altro che un’ovvietà (la Gran Bretagna non è più nell’Ue, e quindi nellle stanze di compensazione dei paesi Ue).
In conclusione, per quanto riguarda la Brexit, la catastrofe annunciata non c’è e non ci sarà. Il modesto rallentamento nei mesi post-referendum del Pil britannico (dal 0,7% del primo trimestre al 0,5% del secondo), è stato il frutto di un effetto abbastanza prevedibile, ossia la svalutazione della sterlina, che in sé ha i suoi benefici se le esportazioni tornano ad aumentare. 
La realtà vera, dopo le teorie catastrofiche, è che la disoccupazione è in calo, i prezzi sono stabili, c’è un clima di ottimismo e di fiducia nei consumatori, il Governo ha perfino registrato un avanzo di bilancio a luglio 2016. 
Questi sono stati i primi segnali dei mercati, anche se minimi, alla faccia dei catastrofisti globalisti.

Referendum e mercati (sindrome Trump): no-si. Ecco cosa accadrà veramente

L’uscita dall’area Ue si sta pertanto, configurando come una “nuova nascita”, specialmente nella direzione dei mercati asiatici.
E non solo: dopo un primo fisiologico calo del mercato azionario, il valore delle azioni si è attestato ad un livello superiore a quello pre-referendum; sono calati i sussidi di disoccupazione di 8.600 unità, stabilizzandosi il dato a 736.300. 
L’occupazione è aumentata di 52.000 unità, indicando in questo più un clima di ottimismo reale piuttosto che una catastrofica rassegnazione ad un futuro che appariva “nerissimo”.

Passiamo all’elezione di Donald Trump
È un evento piuttosto recente, ma questo non ci solleva dalla valutazione piuttosto improvvida dei media che, anche in questo caso, minacciavano catastrofi mondiali sui mercati finanziari.
Sono trascorse un paio di settimane, ed erano tutti pronti a scommettere in un crollo della Borsa americana.
Le grandi banche d'affari e gli investitori internazionali temevano e prevedevano uno shock sui mercati finanziari ipotizzando un ribasso di Wall Street anche del 10%, ma ciò non è avvenuto. Anzi!
Dal 9 novembre Wall Street ha inanellato 8 sedute su 9 al rialzo. L'indice S&P, che include centinaia di aziende, è salito; il Dow Jones Industriali, che ne include 30, è salito oltre 3% e il Russell, che raggruppa le piccole e medie imprese è salito del 10%. Esattamente il contrario delle previsioni.
Esattamente quello che è accaduto col Brexit e tutti gli eventi che sono sempre stati preceduti da visioni catastrofiche.
I mercati sono decisamente ‘politicamente scorretti’, non c’è che dire!

E in Italia?
Prima di tutto sarebbe una catastrofe se vincesse il No (questo è quello che sostengono i promotori del Sì), di conseguenza per i promotori del No sarebbe una catastrofe se vincesse il Sì. 
In conclusione, può succedere tutto e il contrario di tutto, quindi niente!
I mercati in concreto vivono un momento di volatilità elevata: attendono soltanto di sapere se il governo prosegue oppure cade; e questo in parte dipenderà realisticamente dal risultato del referendum, ma siccome già sappiamo che il governo non cadrà dopo la vittoria del No, possiamo concludere che non succederà assolutamente nulla.
Cosa diversa sarebbe stata l’ipotesi concreta di elezioni anticipate, con questa legge elettorale e con un M5S che rappresenta una minaccia per tutti. Una minaccia insopportabile per i mercati.
Ma anche questo pare difficile.

autore / Luca Lippi
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