25 aprile, ricordiamo Perlasca, D'Acquisto, Porzus e i 123 preti uccisi

25 aprile 2015, Fabio Torriero
25 aprile, ricordiamo Perlasca, D'Acquisto, Porzus e i 123 preti uccisi
 

Da La Croce Quotidiano editoriale di Fabio Torriero


Almeno quest’anno si potrà celebrare la Festa della Liberazione in modo diverso? Il 2015 è cominciato tra alti e bassi, contraddizioni, speranze, frustrazioni. 

Possiamo usare molti aggettivi e sostantivi. Brutto, bello, drammatico, funesto, grottesco. Oppure, possiamo ricorrere a tanti titoli giornalistici: l’anno dei barconi, del mare Mediterraneo-enorme cimitero, l’anno degli esodi dall’Africa e non solo; l’anno di Renzi e dei “fratelli d’Italicum”, l’anno della crisi economica e della timida, molto virtuale, ripresa. L’anno dell’Isis e del terrore a pochi chilometri dalle nostre coste. L’anno di un’Europa che si tiene lontana dai problemi concreti dei popoli. Ma - bisogna dirlo a gran forza - sarà anche l’anno del Giubileo della Misericordia, voluto con coraggio da papa Francesco. 

Occasione irripetibile per ritrovare una coesione, uno spirito, insieme unitario, identitario e nello stesso tempo, universale. Roma come culla della civiltà e dei valori cattolici. Dal basso verso l’alto. Un simbolo, un mito, che torna presente, attuale. Un’enorme agenzia di senso per l’umanità. Milioni di pellegrini e fedeli, e turisti, raggiungeranno la nostra Capitale, visiteranno l’Italia. E si uniranno ai tanti cittadini, agli italiani per storia familiare (diritto di sangue) e italiani per diritto di suolo, immigrati regolari, che da decenni partecipano pacificamente allo sviluppo della nostra res pubblica. Una festa, quindi, per ripartire. Per ragionare sulle cose che contano, i principi e le regole basilari della nostra convivenza civile. Una domanda però, è d’obbligo: quali sono le ragioni oggi per stare insieme? La percezione della nostra identità collettiva a che punto è? 

L’Italia si può identificare con i disastri della sua classe dirigente, con i vulnus del sistema politico? O deve aggrapparsi alle illusioni cicliche di capi populisti che parlano alla pancia del Paese? Gli imprenditori, amano o odiano la loro patria? Insistono nel fare impresa o pensano unicamente a incendiare Equitalia o a evadere le troppe tasse, liberandosi dalla burocrazia che li uccide? E la nuova cittadinanza, può limitarsi ai fatti di cronaca nera, trascurando quella società civile virtuosa che comunque esiste, lavora; come i giovani che fanno volontariato, conservano principi autentici, e non sono tutti rimbambiti dietro alcol, droga, noia, apatia e nichilismo? 

Questa riflessione potrebbe essere lo spunto per celebrare il 25 aprile in modo alternativo, non retorico, non egemonizzato dai professionisti di schemi che non hanno più alcun significato. Anche perché, dopo il 25 aprile, arriverà il 1 maggio, la festa del Lavoro, poi il 2 giugno, la festa della Repubblica. Tutte date che non devono finire nella soffitta del ricordo sterile, del passato usato soltanto come clava politica contro i nemici, delegittimandoli e scomunicandoli per sempre. Perché queste date, se le andiamo ad esaminare bene, possono essere sempre tirate per la giacchetta: evidenziano una cosa e pure il suo contrario. 

La vittoria della democrazia, del bene, dell’antifascismo, della nuova forma istituzionale, ma pure la presa d’atto di una guerra civile, del sangue dei vinti e dei vincitori, di una divisione, di una spaccatura, di una lacerazione profonda, di un’Italia che ha trionfato su un’altra. Dove il male e il bene non sono stati così distanti. Qualcuno ricorda Porzus? Per decenni la liturgia resistenziale ha attribuito questa strage di partigiani bianchi, cattolici, monarchici, liberali, ai fascisti repubblichini. Invece, sono stati massacrati (si è scoperto molti anni dopo, nonostante i boicottaggi culturali e le omertà ideologiche), dai partigiani comunisti della Garibaldi, responsabili di molti altri eccidi, in nome della libertà (si legga Russia-paradiso degli operai) e dell’indipendenza nazionale (si legga lembi della nostra sovranità svenduta all’amico-compagno Tito). E di esempi come questo, Triangolo della morte in primis, ce ne sono molti. Ma attualizziamo. Prendiamo le riforme istituzionali, mezze annunciate, mezze eseguite, mezze abbozzate. Dovrebbero essere il vestito legale della nostra identità. 

Guardiamo i fatti. La nostra è una Repubblica-spezzatino: un po’ parlamentare (fra poco mancherà il Senato), un po’ presidenziale (in qualsiasi caso, dal caos dei diversi e contrastanti sistemi elettorali, si scelgono gli esecutivi), affezionata ormai ai partiti-persona, ai leader di coalizione che, se vincono vanno a Palazzo Chigi; e abituata agli arbitri (i capi dello Stato, specialmente Napolitano) che fanno piuttosto i capitani; e un po’ federale (la riforma del titolo V, che ha creato parecchi cortocircuiti tra le competenze centrali e periferiche). Quando si affronta il tema delle riforme costituzionali, infatti, questo è l’errore che si è visto fin dal 1993 col referendum Segni, si parte sempre dai balconi (sistema elettorale, dal Mattarellum, dal Tatarellum al Porcellum, sino all’Italicum), mai dalle fondamenta. Rovesciamo lo schema: una casa si costruisce dalle fondamenta, non dai balconi. E le fondamenta sono la forma di governo. 

E prima ancora, si dovrebbe pensare al terreno su cui edificare la casa. 

Ecco, il terreno sono i valori comuni. Il dibattito che La Croce può avviare, in occasione del 25 aprile e poi, in vista delle altre date storiche, è l’indagine sui nostri valori comuni. Lavoro direttamente legato alla memoria accettata, alla memoria condivisa. I valori si poggiano sul passato, sulla nostra storia e sulla nostra identità culturale. Senza radici un popolo muore. Finora questo lavoro è mancato per tante ragioni. Per la guerra fredda, per la paura di un ritorno del fascismo, per l’opera scientifica di manipolazione e strumentalizzazione da parte dei professionisti dell’anticomunismo e dell’antifascismo, ancora in circolazione, che hanno imperversato dai media alla politica. A scuola, grazie a libri di testo faziosi, i giovani si sono formati più all’ “ideologia della storia”, che alla storia. Il revisionismo, azione legittima ad opera dello storico che muta opinione a seconda dei documenti, delle testimonianze e delle fonti individuate, è stato confuso col negazionismo (la negazione della verità, ad esempio, l’esistenza dei campi di concentramento nazisti). Alla retorica patriottarda post-risorgimentale e fascista ha fatto seguito la retorica resistenziale. 

Noi non vogliamo che il 25 aprile si trasformi in una passerella ripetitiva di luogo-comunismo, di enfasi generica.

Vogliamo che tale giorno sancisca una resurrezione civile. La Liberazione per liberarci da chi? Dall’odio, dall’egoismo, dall’individualismo, dalla dittatura del relativismo, dal pensiero unico-gender, dalla mancanza di amor di patria, di amore, di etica pubblica, di legalità. 

E tanto altro ancora. Con questa chiave di lettura possiamo riscoprire figure che primeggiano nella nostra Resistenza. Non eroi, ma uomini semplici, che si sono sacrificati per l’Italia, rinunciando alla loro stessa vita o rischiandola sul serio. Pensiamo Salvo d’Acquisto, il carabiniere che si sostituì ai veri responsabili della morte di militari tedeschi, salvando decine di vite umane. Pensiamo a Giorgio Perlasca, un uomo mite, che indossò i panni di un finto ambasciatore, salvando migliaia di ebrei. E rimanendo in un dignitoso silenzio per oltre 50 anni, dopo la fine della seconda guerra mondiale (è stato scoperto per caso dalla tv). Non salendo mai in cattedra o in qualche conveniente palco politico. Due italiani non di serie b, ma di serie a. Erano soldati, uomini comuni, non partigiani. Vanno tutti annoverati tra i resistenti. Loro e i partigiani. Da Sandro Pertini a Edgardo Sogno. 

 E i cattolici? I numeri e i nomi parlano chiaro. Ben 129 sacerdoti trucidati in Istria e in Emilia dai partigiani rossi, che si vanno ad aggiungere ai don Antonio Musumeci, don Aldo Mei, Don Paolo Pappagallo, don Ubaldo Marchioni, uccisi dai nazisti, da Lucca, alla Sicilia, alle Fosse Ardeatine, semplicemente per aver celebrato una messa o salvato qualche antifascista o qualche ebreo. Una lista infinita che deve convincerci di una cosa: l’Italia, la democrazia, appartengono a tutti. Nessuno escluso. E

I cattolici, piaccia o non piaccia, fanno parte di un’identità condivisa (evidentemente i vari Flores d’Arcais sono fermi al “non expedit” o, paradossalmente, alla retorica borbonica e papalina anti-unitaria). Se nel 1861 è partito prima lo Stato unitario, la nazione storicamente è arrivata dopo, ma è arrivata: l’allargamento del suffragio, lo statuto albertino elastico, la legislazione sociale, e la costituzionalizzazione delle masse socialiste e (appunto) cattoliche; dall’Opera dei Congressi al Partito popolare di Don Sturzo, il padre della Dc di De Gasperi. Riflessione nella riflessione. 

Nel dibattito sui valori comuni e l’identità italiana, i cattolici devono ritrovare il loro ruolo attivo e costruttivo. Per il futuro. E per una nuova cultura di governo.
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