Monsignor Capovilla, Ratzinger e Papa Francesco. Come (non) cambia la Chiesa

25 febbraio 2014 ore 10:36, Americo Mascarucci
Monsignor Capovilla, Ratzinger e Papa Francesco. Come (non) cambia la Chiesa
Molti si sono chiesti che senso abbia avuto la nomina cardinalizia di monsignor Loris Capovilla da parte di papa Francesco. Monsignor Capovilla, segretario particolare di Giovanni XXIII, classe 1915, ha infatti 99 anni e va da sé che la decisione del Papa non può che essere legata a motivazioni puramente simboliche.
Capovilla è stato al fianco di Angelo Roncalli nei cinque anni che hanno cambiato il volto della Chiesa, gli anni dell’apertura verso il mondo, del disgelo con l’Est europeo, gli anni di un modo del tutto diverso e nuovo di rapportarsi con l’esterno. Ma soprattutto sono stati gli anni del Concilio Vaticano II, un evento che, seppur fra luci ed ombre, ha rivoluzionato la Chiesa. Monsignor Capovilla è stato un protagonista attivo di quella stagione avendo vissuto insieme al Papa Buono, speranze, ansie, gioie e dolori, con la consapevolezza di trovarsi di fronte ad un’esigenza non più rinviabile; quella cioè di modernizzare l’istituzione ecclesiastica, le sue strutture, le sue liturgie, i suoi riti, aprendo sempre di più le porte alla partecipazione dei laici. L’obiettivo di Papa Giovanni non era affatto quello di cambiare la dottrina, ma di modificare i linguaggi attraverso i quali la Chiesa comunicava al mondo il Vangelo, l’attualità del messaggio di Cristo. Le reali intenzioni di Roncalli furono purtroppo equivocate e non mancarono negli anni seguenti tante erronee interpretazioni del messaggio e dello spirito conciliare. Papa Francesco concedendo il cardinalato a Capovilla ha voluto riconfermare l’assoluta fedeltà della Chiesa di oggi al Concilio Vaticano II, che non ha affatto fallito i suoi obiettivi come molti prelati ultra progressisti si ostinano ad affermare. Ma c’è anche un altro simbolo che va preso in considerazione in relazione all’ultimo concistoro, e cioè la presenza del Papa emerito Benedetto XVI che Francesco ha accolto e salutato con grande affetto. Quell’abbraccio fra i due papi sta a testimoniare la continuità ideale fra i due papati proprio nel solco del Concilio. Perché Ratzinger, nonostante le false accuse mosse da tanti detrattori, non ha affatto tradito lo spirito conciliare (accusa questa per altro mossa anche nei confronti di Giovanni Paolo II) ma si è battuto, prima come teologo, poi come pontefice, per riaffermare il vero significato dell’opera intrapresa da Giovanni XXIII. La cui assoluta fedeltà alla dottrina e alla tradizione dei padri non è stata mai in discussione. Roncalli è stato un pontefice ultra conservatore sul piano dottrinale ma questo non gli ha impedito di comprendere l’esigenza di modificare l’approccio della Chiesa nei confronti del mondo moderno. E Ratzinger è stato forse il discepolo più autentico di questa cultura, attraverso la sua straordinaria abilità di saper dialogare con il mondo, senza pregiudizi né posizioni preconcette, ma mantenendo sempre salda la fedeltà al Vangelo e alla tradizione. Capovilla, Ratzinger e Francesco sono i tre punti cardinali della Chiesa di oggi, una Chiesa che ha la capacità di saper guardare avanti accettando le sfide della modernità, ma senza mai rinnegare se stessa. Antonio Socci ha sottolineato come l’abbraccio fra i due papi sia da intendere come un chiaro monito ai porporati di orientamento progressista e modernista che, nel prossimo sinodo della famiglia, intravedono la concreta possibilità di dare la spallata definitiva alla Chiesa di Benedetto XVI. Sta di fatto che da un anno il Papa emerito evitava accuratamente di mostrarsi in pubblico nell’ambito di cerimonie ufficiali. Se Francesco ha voluto la sua presenza al concistoro e Benedetto ha acconsentito a farsi immortalare dalle telecamere, di certo la cosa non può essere considerata del tutto casuale.
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