L’affare Litvinenko e gli interessi anglo-americani: un delitto ordinato dallo Stato?

25 gennaio 2016 ore 13:15, intelligo
di Alessandro Corneli

“Un delitto ordinato dallo Stato”, ha detto il premier britannico David Cameron commentando il rapporto della commissione d’inchiesta sulla morte dell’ex agente segreto russo Alexander Litvinenko, avvelenato con una dose di polonio-210 il 1° novembre 2006. Litvinenko, che si era unito agli oppositori di Putin, aveva trovato rifugio a Londra nel 2000 e aveva fornito all’intelligence britannica numerose informazioni. Secondo il rapporto, l’operazione del Fsb (servizio segreto russo succeduto al Kgb) per ucciderlo “fu probabilmente approvata da Patrushev (ex capo del servizio segreto russo dal 1999 al 2008 – ndr) e anche dal presidente Putin”. Parole che hanno fatto riesplodere la crisi tra Londra e Mosca, la cui guerra tra le rispettive intelligence non è mai terminata nonostante la fine della guerra fredda.

Le conclusioni del rapporto non sono una sorpresa, ma in casi del genere conta il momento in cui sono rese pubbliche e l’eventuale enfasi che le accompagna. Il momento è particolare perché rilancia la polemica con Putin, tirato in ballo anche se con la riserva del “probabilmente”, proprio quando il crollo del prezzo del petrolio e la svalutazione del rublo obbligano il presidente russo a prendere misure economiche che potrebbero ripercuotersi negativamente sulla sua popolarità ancora molto elevata, ma nell’ultimo numero di Foreign Affairs è apparso un articolo molto critico sugli effetti delle sanzioni volute dagli Usa contro la Russia, ammettendo che sono fallite. Sebbene il 2015 sia stato un anno difficile per l’economia russa, il Fmi prevede una ripresa nel 2016.

Resta il fatto che il bersaglio grosso del rapporto è Vladimir Putin, che faticosamente, ma con abilità, sta tirando fuori la Russia dall’isolamento in cui era finita dopo l’annessione della Crimea e il contrasto sull’Ucraina, e si sta destreggiando anche sul piano economico e finanziario. Il punto interessante è che Londra è sembrata alzare il tiro proprio mentre gli Stati Uniti lo stanno abbassando, accettando di collaborare con la Russia (cioè con Putin) nella lotta all’Isis e per una soluzione politica della crisi siriana. Per cui ci si chiede se la linea dura scelta da Londra sia in contrasto con quella di Washington o se si tratti di una divisione (concordata) dei compiti, o più semplicemente una mossa ritardata (volontariamente?) ancorché obbligata.

Di sicuro c’è che britannici e americani valutano il ruolo della Russia in funzione dell’Europa e non vogliono che si formi un blocco continentale euro-russo, tenuto insieme principalmente dai gasodotti, e che finirebbe per allentare i legami euro-atlantici ed estendere sull’Europa un’egemonia russa o russo-tedesca contraria agli interessi anglo-americani. Il perno della vicenda è, ancora una volta, la Germania, che ha cercato di trovare, appoggiata dalla Francia, un compromesso sull’Ucraina ma che è decisa a raddoppiare il gasdotto North Stream attraverso cui riceve il gas russo, accentuando una dipendenza che non piace né a Londra né a Washington ma che nel breve termine non può essere ridotta.

Appartiene alla tradizione britannica evitare che sul continenti si affermi una sola potenza (prima la Spagna, poi la Francia, poi la Germania) o un binomio forte come potrebbe essere quello formato da Mosca e Berlino. Senza contrare che Londra non vede di buon occhio le recenti aperture della Germania a una ripresa del processo di adesione della Turchia all’Ue, che fa resuscitare la vecchia immagine della Germania guglielmina impegnata a penetrare nel Vicino Oriente. Gli Stati Uniti preferiscono invece tenere sotto controllo l’attivismo del presidente turco Recep Tayyip Erdogan ma le loro preoccupazioni vanno oltre: temono che un aggravamento delle tensioni sul fronte europeo (Ucraina, estensione della Nato), possa spingere la Russia ad un’intesa sempre più stretta con la Cina, che sul piano commerciale e finanziario globale poterebbe a una riduzione del ruolo del dollaro, assai più temibile della persistenza dell’euro.

Il Segretario di Stato, John Kerry, presente al convegno economico di Davos, ha tracciato la linea: “Dobbiamo togliere al più presto, entro pochi mesi, l’embargo (alla Russia) per lottare insieme contro l’Isis”. Stessa linea di Berlino, secondo cui la Russia deve rientrare al più presto nel G-8. Quanto a Putin, si gode il suo rientro al centro dell’attività diplomatica: ha telefonato al premier giapponese Shinzo Abe, trovandolo d’accordo nel volere normalizzare gli scambi commerciali. Se qualcuno sperava che il rapporto sull’affare Litvinenko avrebbe rilanciato la guerra fredda, è rimasto deluso: Obama vuole portare a casa qualche risultato anche per evitare che nella corsa presidenziale alla Casa Bianca prevalgano candidati estremisti.

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