Viespoli: «No alla cosa nera. Io sogno il Partito degli Italiani»

25 giugno 2013 ore 12:34, Marta Moriconi
Viespoli: «No alla cosa nera. Io sogno il Partito degli Italiani»
A pochi giorni dall'incontro di Lecce sul futuro della Destra promosso da Adriana Poli Bortone, IntelligoNews ha intervistato Pasquale Viespoli sulla crisi del centrodestra italiano. Il 28 e 29 giugno a Lecce si svolgerà un incontro sulla nuova destra promosso da Adriana Poli Bortone. Perché ci sarà? E cosa si aspetta? «Ci sarò così come sono stato presente ad altre iniziative. Ricordo un dibattito che abbiamo svolto a Roma e tanti altri in giro per l’Italia. Non è la prima iniziativa e non sarà l’ultima. Le elezioni politiche ci hanno consegnato un dato inconfutabile: la destra è ornamentale nel Pdl, marginale e residuale fuori dal Pdl. Ma c’è un’area elettorale priva di riferimenti e c’è un mondo fatto di idee, valori ed energie privo di appartenenza». Cosa fare, dunque? «Bisogna riconnettersi a quel mondo, tornare al confronto. È utile, positivo e necessario. Ed è con questo spirito partecipo all’iniziativa di Lecce». E cosa pensa del tentativo di La Russa e altri di promuovere la leadership di Giorgia Meloni? «Il dato elettorale di febbraio, rafforzato e drammatizzato dalle amministrative, ci consegna da una parte un perdente di successo che è Berlusconi (perde 6 milioni di voti ma riesce a lanciare le larghe intese); dall’altra parte c’è il miglior perdente, una destra marginale che riesce a entrare in Parlamento. La prospettiva del centrodestra non può passare per il combinato disposto tra il perdente di successo e il miglior perdente». Corsaro ci ha detto che vede due destre, una più governativa e una alla destra del centrodestra... «Sgombriamo il campo da un’altra cosa: il rischio della personalizzazione. Sta parlando con uno che ha fatto due volte il sindaco, deputato, senatore, sottosegretario, capogruppo. Molto di più di quanto potesse prevedere quando ha cominciato a far politica a 14 anni. Ecco, io vorrei evitare la personalizzazione. Il discorso va improntato sull’impersonalità attiva. Ho letto cosa dice Corsaro: il problema è che nel 2010 io sono andato con Fini perché mi sono convinto dell’esigenza di differenziare l’offerta politica del centrodestra e di costruire quella che all’epoca si definiva la “terza gamba” per recuperare pluralità di offerta e attrattività. È evidente che questo tema si pone, ma la question è ben più ampia e non riguarda solo la differenziazione di ruoli nel centrodestra, che è un problema ma non il problema. Serve una riflessione più ampia su cosa deve essere il centrodestra italiano. Ottenere di essere il miglior perdente con una piccola rappresentanza parlamentare e poi smarcarsi sulla questione del governo, che alleanza è? Si può essere protagonisti di una fase emergenziale senza temere la contaminazione». Sul rinnovamento delle facce è d’accordo? «Sì, purché le teste siano piene». Come commenta il ritorno a Forza Italia che sta preparando Silvio Berlusconi? «Non si dice una cosa semplice: il Pdl dal 2010, in termini di progetto politico, non c’è più. È un dato che riguarda una classe dirigente di centrodestra. Come si fa a non prendere atto della fine di un ciclo politico quando perdi sei milioni di voti e perdi 16 a 0? Nemmeno Tahiti alla Confederations Cup... Di fronte a un governo senza storie, che taglia la destra e la sinistra e vuole delineare il centrismo 2.0, la polemica si fa su chi è rimasto dentro e chi è rimasto fuori?» La riflessione sulla nuova destra da cosa deve ripartire? «Dalla cultura politica. Ci sono alcune grandi questioni, a cominciare dalla sovranità, dall’Europa politica, della democrazia diretta, che sono questioni “di destra”. Su questi temi bisogna costruire un’architettura e una forma di rappresentanza. La destra non è frattura tra generazioni ma ricomposizione. È tradizione, non rottura. Rimettiamo a posto le idee e ricostruiamo». Chi deve farlo? «Chi è bravo, chi è capace. Io sono contrario alle semplificazioni e sono rimasto legato alla complessità e al primato della politica». Ma la colpa di questa crisi della Destra di chi è? «Non si può dare la colpa di quanto è accaduto a una persona sola. Tutti gli altri dove stavano? Io c’ero all’ufficio di presidenza del Pdl il giorno della scomunica di Fini. Si illudevano che risolvendo la questione Fini si sarebbe superato persino il rapporto di quote tra Fi e An dentro il Pdl. I colonnelli qualche responsabilità ce l’hanno o no? Era chiaro a tutti che la rottura con Fini significava la fine di un progetto politico, al di là della tenuta organizzativa. Simbolicamente, era la rottura di un centrodestra percepito diarchico dalla pubblica opinione». Le piace il semipresidenzialismo? «Sì e c’eravamo quasi arrivati al Senato. Ma sono favorevole al referendum di indirizzo. Il processo costituente deve essere a forte partecipazione popolare, sia all’inizio che alla fine del percorso. Bisogna far coincidere il referendum di indirizzo con le elezioni europee. Significa porre agli italiani la domanda: Quale repubblica volete? Presidenziale o parlamentare?» E questa famosa “cosa nera” potrebbe essere in campo alle Europee? «Parlo con una signora e quindi evito battutacce...» Vedo che non le piace il termine... E come si potrebbe chiamare? Partito conservatore? «Sul piano del significato valoriale andrebbe bene, ma non dal punto di vista comunicativo. Io lo chiamerei Partito degli Italiani».
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