La parola della settimana è Eurolandia, cos'è e quanto conta

25 luglio 2015, Paolo Pivetti
La parola della settimana è Eurolandia, cos'è e quanto conta
La scritta “Benvenuti in Eurolandia” non si leggeva in alcun porto o aeroporto o varco autostradale. Eppure, di continuo il popolo dei telespettatori, in quegli anni ormai lontani, i primi del nuovo millennio, si vedeva proporre e riproporre Eurolandia nelle cronache giornalistiche: proprio come se fosse un luogo reale. 

A prima vista sembrava un sostituto di pessimo conio del nome Europa, ottenuto appiccicandogli la desinenza anglo-germanica land, terra, italianizzata in landia. Ma c’era qualcosa di più, un mistero da chiarire.

Forse sarebbe servito uno psicanalista per spiegare l’origine di questo nome da “c’era una volta”, coniato sul modello di celebri toponimi anglosassoni, reali o virtuali poco importa, come Wonder-land, Never-land, Fantasy-land, Disney-land... Di fatto i telespettatori sembravano sedotti dall’evocatività di Eurolandia, incerti se immaginare l’Isola che non c’è creata per il suo Peter Pan da sir James Matthew Barrie o l’Utopia, il “Non Luogo”, così denominato in fantasiosa lingua neogreca dell’umanista Tommaso Moro.
Ma col passare del tempo, osservando meglio si scoprì che Eurolandia non era una versione alata del concetto “Terra d’Europa”, ma semplicemente e pedestremente significava “Terra dell’Euro”: i vocabolari, subito attivati sull’ultimo dei neologismi, ne diedero conferma ufficiale. 

Era dunque soltanto un nickname giornalistico, oggi peraltro sepolto e dimenticato, che serviva ad esprimere un semplice dato di fatto: che l’Euro era l’unica certezza identitaria del “Vecchio Continente”. Grazie al lavoro infaticabile di comitati, commissioni, sottocommissioni, autorità, altre certezze unificanti si aggiungevano man mano: il grado di curvatura delle banane, il diametro dei piselli, la stazza minima dei cetrioli e degli zucchini... 

E c’era una coda paziente e tenace di Paesi, in numero crescente membri dell’Unione ma tenuti fuori dalla stanza dorata dell’Euro, tutti in attesa di entrarci: Bulgaria, Croazia, Repubblica ceca, Romania, solo per citarne alcuni.

Oggi gli stati membri dell’Unione sono 28, e di questi solo 19 condividono l’Euro. Ma lo spettacolo è cambiato. Quel gruppo, tutti ordinatamente in fila per entrare, si è squagliato come neve al sole. Dopo le traversie greche, c’è chi si gira dall’altra parte, chi fischietta distratto, chi cambia argomento se interrogato. 

Addio Eurolandia, sembrano dire, addio Euro; eri l’unica certezza identitaria del Vecchio Continente. Troppo poco per farne una patria. E troppo poco anche per consentire la sopravvivenza di quella che sembrava una favola ma rischia di rivelarsi, sempre più vistosamente, una tragedia.

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autore / Paolo Pivetti
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