Le parole-chiave della settimana: molotov e machete

25 maggio 2013 ore 10:22, Paolo Pivetti
Le parole-chiave della settimana: molotov e machete
C’è una linea rosso sangue che unisce le parole di queste settimane. La settimana scorsa la parola era piccone, dal germanico antico pikk, punta: strumento di lavoro prezioso in miniera, ma che può essere usato, oltre che per spaccare la roccia, anche per spaccare teste e schiene. Lo racconta la cronaca: la strage per mano del pregiudicato ghanese Mada Kabobo, già espulso dall’Italia ma non espulso. E’ successo a Milano: ora la città si interroga sulla sicurezza e i milanesi hanno paura.
Nel resto d’Europa le cose non vanno meglio: Londra, ad esempio… Qui la parola di stretta attualità settimanale è machete, il nome di un pesante e lungo coltello affilatissimo a un solo taglio, nato anch’esso come strumento di lavoro: serve a tagliare le liane nella giungla e soprattutto serviva per la raccolta di canna da zucchero nelle piantagioni del centro e del sud America, dallo spagnolo macho, martello, maglio. Anche qui l’uso è stato esteso: può anche tagliare la testa di un soldato in un quartiere di Londra, al grido di “Allah è grande”, come c’insegna la cronaca che fedelmente registra l’evoluzione dei tempi. Alla ricerca vana di qualche spiraglio di sereno, ci s’imbatte in un’altra parola che la cronaca impietosamente mette davanti ai nostri occhi: molotov, nome ricco di avventura. Le bombe molotov sono fatte di una bottiglia di vetro piena di benzina o altro liquido incendiario con un rudimentale innesco, spesso uno straccio, che viene incendiato prima del lancio, ed esplodono cadendo al suolo. Vjaceslav Molotov, per molti anni ministro degli Esteri dell’URSS, non ne fu l’inventore, ma in un certo senso il metaforico bersaglio. Furono inventate, e utilizzate per la prima volta, dai nazionalisti di Francisco Franco durante la guerra civile spagnola: nell’ottobre del 1936 venivano lanciate contro i carri armati sovietici denominati ironicamente molotov, dal nome dell’allora ministro degli Esteri. Poi ancora, qualche anno dopo, l’esercito finlandese le utilizzò, sempre contro i carri sovietici, nella cosiddetta guerra l’inverno. Diffusissime da allora in tutti i tipi di conflitti, sono particolarmente apprezzate da noi: la settimana scorsa in Val di Susa, contro gli operai del cantiere TAV, questa settimana nel salotto di Milano, in via della Spiga, per svaligiare un’oreficeria. Parola anche questa, dall’illustre passato e dal promettente avvenire.
autore / Paolo Pivetti
Paolo Pivetti
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