Banche Popolari, Rinaldi: “Decreto pessimo. Identità snaturata e ora le imprese rischiano..."

25 marzo 2015, Lucia Bigozzi
Banche Popolari, Rinaldi: “Decreto pessimo. Identità snaturata e ora le imprese rischiano...'
“Altro che Popolari trasformate in Spa: se il governo voleva dare un contributo concreto, la prima cosa, quella più urgente, era la divisione tra banche commerciali e banche d’affari”. Netto il giudizio di Antonio Maria Rinaldi, economista, professore straordinario di Economia Politica e docente di Finanza Aziendale e Politica Economica, che nella conversazione con Intelligonews spiega – dati alla mano – i pro e i contro del decreto varato dal Senato. 

E’ un decreto buono o cattivo?

«Direi pessimo. Il motivo è semplice: anziché modificare l’assetto azionario delle Popolari, il governo avrebbe dovuto occuparsi in maniera molto più intelligente della suddivisione tra banche commerciali e banche di affari: la vera novità sarebbe stata quella. In sostanza, se l’esecutivo voleva fare qualcosa di veramente buono e utile, avrebbe dovuto emanare una precisa regolamentazione per separare le banche commerciali da quelle di investimento, un po’ sulla falsa riga della “steagall glass”»

Quindi perché il governo ha puntato sulla trasformazione in Spa?

«La ragione di fondo sta nel fatto che con questo provvedimento, è che si sarebbe dotato il sistema di una maggiore capacità di capitalizzazione per un più diffuso e stabile azionariato, nella convinzione che solo una società per azione può garantire questo presupposto. Non è così, perché anche a livello di Unione Europea sussistono banche con voto capitario; in particolare se ne trovano in Germania, Francia, Olanda, Austria e Finlandia. Non solo: se si vanno a vedere le 50 banche con voto capitario presenti in Europa, emerge che hanno in media 122 miliardi di attivo, quindi ben al di sopra della soglia di 8 miliardi fissata dal governo. D’altra parte, le Popolari hanno dimostrato nel tessuto bancario di essere quelle che meglio hanno contribuito all’erogazione del credito alla micro e piccola impresa, proprio per la loro natura identitaria».

Quindi condivide la preoccupazione espressa dalla Conferenza episcopale italiana”? E quali sono gli effetti del decreto sul territorio? 

«Sappiamo che in Italia la cultura delle banche popolari è molto ancorata al territorio dove opera e condivide le stesse dimensioni del 90 per cento delle aziende essendo quella del nostro Paese un’attività produttive basata molto sulla piccola, media ma anche frammentata imprenditoria. Ora, il fatto di trasformarne la natura identitaria e tra l’altro renderle più appetibili ad eventuali ma verosimili “acquisizioni” da parte di realtà bancarie più grandi, determinerà un progressivo smantellamento di quello che è stato un supporto fondamentale al sistema produttivo italiano»

Quali sono secondo lei, se ci sono, i limiti per le imprese?

«Il limite è che si troveranno sempre più a fare i conti con sistemi bancari più grandi e meno sensibili alle esigenze dei piccoli e ai problemi del territorio nel quale operano»

Sta dicendo che potrebbero esserci penalizzazioni per l’accesso al credito?

«Il famoso slogan ‘piccolo è bello’ è sempre stato incarnato dalla funzione delle banche popolari. Il fato che anche le piccole e piccolissime realtà economiche italiane dovranno rapportarsi da qui in avanti con grandi agglomerati bancari, non rappresenta l’optimum per gli imprenditori. Io da piccolo imprenditore preferisco rapportarmi con un’entità simile o più vicina alla mia, piuttosto che con una grande realtà bancaria che non mi conosce e non conosce le esigenze del territorio. E qui torno al fatto che il governo, se effettivamente voleva dare un grande contributo in questo settore che riguarda la vita delle imprese e dei risparmiatori, avrebbe dovuto pensare immediatamente alla divisione tra banche commerciali e banche di affari: era questo il provvedimento più urgente»

E per i risparmiatori quali saranno gli effetti?

«Progressivamente cambierà il fatto che dall'altra parte dello sportello non troveranno più la cosiddetta banca a misura d’uomo, bensì rappresentanti di grandi agglomerati magari composti anche attraverso fusioni o acquisizioni con cui si dovranno rapportare. Non solo, ma per i risparmiatori in uno scenario del genere, cambierà anche il potere contrattuale che avevano finora, dal momento che ci saranno logiche ben diverse da quelle del modello di banca del territorio»

Ci sarà pure una cosa che le piace di questo decreto.

«L’unica cosa positiva inserita nel decreto, è la portabilità dei conti correnti che, almeno sulla carta, dovrebbe rendere competitivi i costi dei conti correnti stessi; sempre che le autorità di vigilanza controllino che non si creino dei ‘cartelli’».

Quali sono i rischi?

«C’è la possibilità che le banche si mettano d’accordo per cui i costi dei conti correnti potrebbero restare uguali e non seguire le logiche di mercato. Il fatto di cambiare, come abbiamo visto accadere nel settore della telefonia, consente di avere condizioni migliori sul costo del conto corrente. A meno che, ripeto, gli istituti di credito non si mettano d’accordo preventivamente. 
autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
caricamento in corso...
caricamento in corso...
[Template ADV/Publy/article_bottom_right not found]