Istat, consumi giù a gennaio: vendita al dettaglio allo stremo. Chi insorge

25 marzo 2016 ore 11:33, Luca Lippi
L’Istat osserva che nel mese di gennaio le vendite al dettaglio non hanno brillato, è una china che dura da diversi mesi invero ed è strettamente legata alla crisi dei consumi interni e alla tendenza da parte dei cittadini di tesaurizzare (causa della sfiducia diffusa) che comporta il taglio delle spese fino alla contrazione anche delle spese alimentari.
L’indice destagionalizzato del valore delle vendite al dettaglio nel mese di gennaio presenta una variazione nulla rispetto a dicembre 2015.
Nel trimestre novembre 2015-gennao 2016 il valore delle vendite al dettaglio ha incassato un -0,1% rispetto al trimestre precedente. In calo dello 0,8% rispetto a gennaio 2015 l’indice grezzo del valore del totale delle vendite.
Registra una variazione nulla rispetto a dicembre 2015 l’indice in volume delle vendite al dettaglio, è negativa invece rispetto a gennaio 2015, arrivando a toccare -1,6%. Infine secondo quanto prevede l’Istat, nel trimestre novembre 2015-gennaio 2016 il volume delle vendite registra una diminuzione dello 0,2% rispetto al trimestre precedente.

Istat, consumi giù a gennaio: vendita al dettaglio allo stremo. Chi insorge
Si tratta della riduzione tendenziale più ampia da oltre un anno (novembre 2014). La diminuzione delle vendite raggiunge il 2% per le imprese di piccole dimensioni e grazia la grande distribuzione, in crescita +0,6%. Sono in aumento soprattutto le vendite degli esercizi specializzati (+3,9%), grandi negozi che vendono prodotti non alimentari come abbigliamento o mobili.
Massimo Vivoli, presidente di Confesercenti commenta il dato reclamando che in tempi sufficientemente tempestivi aveva avvertito il Governo della tendenza negativa in atto: “Il 2016 parte male, dopo il ritorno in territorio positivo nei primi nove mesi del 2015, le vendite al dettaglio hanno progressivamente perso slancio fino ad arenarsi. Nei primi due mesi dell’anno hanno chiuso altri 12mila negozi, a fronte di poco più di 3mila aperture, il dato più basso registrato negli ultimi tre anni, mentre complessivamente, il saldo tra aperture e chiusure è negativo per circa 9mila imprese”.
Da questa affermazione si ricava quanto già ampiamente commentato nei giorni scorsi che il dato di contrazione dei fallimenti non significa che ci siano sensibili segnali di ripresa ma semplicemente (è una questione puramente matematica) che la base di riferimento si è ridotta a livelli tali che a domino contrae tutti gli altri dati, ma questo non significa che sia una tendenza positiva.

Il commento di Giovanni Cobolli Gigli, presidente di Federdistribuzione, non si discosta troppo (nei toni) da quello di Vivoli: “l’anno è iniziato in modo non positivo e anche i saldi, nonostante le attese da parte di consumatori e imprese, non sono riusciti a dare slancio ai consumi che, dopo l’euforia del periodo estivo del 2015 si sono nuovamente appiattiti”.
Per quanto riguarda gli esercizi non specializzati a prevalenza alimentare, diminuiscono le vendite di ipermercati e supermercati (rispettivamente -0,4% e -0,3%) mentre aumentano quelle dei discount (+0,8%). Questa rilevazione è la diretta conseguenza secondo cui grandi supermercati italiani starebbero battendo la concorrenza della grande distribuzione di matrice francese. Non è l’Italia che batte la Francia, è semplicemente il consumatore che si rivolge alla distribuzione meno costosa (discount e triscount) a danno della distribuzione fino a qualche mese fa tradizionale che promuove offerte sporadiche attraendo pubblico allo scopo di lucrare su altri prodotti. I consumatori stanno diventando attenti, altri stanno semplicemente cercando di sopravvivere accontentandosi.

autore / Luca Lippi
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