Bruzzone: “Donne utensili e donne oggetto: cambiare questi modelli per vincere il femminicidio”

25 novembre 2013 ore 17:43, intelligo
Bruzzone: “Donne utensili e donne oggetto: cambiare questi modelli per vincere il femminicidio”
di Claudia Farallo   “Una, se non lava il water tre volte al giorno, non è contenta di se stessa, con i prodotti naturalmente ultratecnologici e supertruccata; dall’altra parte, c’è una donna nuda che accompagna qualunque tipo di merce, dalla mortadella al profumo di lusso alla macchina stratosferica. Due oggetti: la donna utensile da una parte e la donna oggetto dall’altra”. La chiave per sradicare il femminicidio è chiaramente di tipo culturale secondo Roberta Bruzzone, esperta in scienze forensi e nota criminologa, intervistata da IntelligoNews. Lo stato dell’arte in Italia? “A un punto morto”, secondo Bruzzone, che invita a riflettere: “Il nostro è un Paese in cui nel ’75 è stato abrogato il diritto maritale, nell’81 il delitto d’onore. Insomma, non parliamo di un Paese che ha mai avuto una presa di posizione particolarmente dura nei confronti di chi maltratta la donna”. E il decreto da poco convertito è, secondo la criminologa, “un pannicello caldo, se vogliamo essere ottimisti”. Ecco cosa invece andrebbe fatto: a partire dal lavoro, che è il vero presupposto per l’indipendenza.   Oggi è la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. A che punto siamo in Italia? “A un punto morto. Tante chiacchiere, tante belle iniziative, tanto “al lupo al lupo”, ma poco contatto reale. I numeri sono ancora impressionanti, e lo sono ancora di più considerando il sommerso: secondo le ultime stime solo 7 donne su 100 denunciano le violenze subite. Insomma, non arriviamo neanche a 1 su 10. Abbiamo un sommerso gigantesco. È un problema serio e strutturale, che va affrontato con una diversa responsabilità politica”. Cosa pensa del decreto contro la violenza sulle donne da poco convertito? “È un pannicello caldo, se vogliamo essere ottimisti. Ma non si può pensare di sconfiggere il cancro con l’aspirina”. C’è bisogno di nuove leggi? “È una strada già percorsa e che non ha portato a questi grandi risultati. Del resto, con i milioni di cause pendenti, i primi a rimetterci sono proprio coloro che denunciano i reati in famiglia, che molto spesso vanno prescritti. Inasprire pene che poi difficilmente questi soggetti sconteranno mai, equivale ad abbaiare molto ma a mordere poco”. Cosa serve allora? “Serve una seria presa di posizione culturale. Vanno cambiati radicalmente i modelli con cui vengono propinate le immagini maschili e femminili e, soprattutto, il modo in cui viene presentato il rapporto di coppia. Soprattutto, ad oggi, manca una seria presa di posizione nei confronti della tolleranza che, troppo spesso, esiste nei confronti di chi commette questo tipo di reati. La maggior parte di noi conosce persone che maltrattano la moglie, o la fidanzata, o i figli, e la cosa tuttosommato non ci desta particolari risposte: non isoliamo i violenti, non gli facciamo sentire il peso della censura sociale della parte sana della collettività. C’è un’enorme tolleranza, al di là di quelle che sono le quattro chiacchiere e le ricorrenze. Ricorrenze verso cui sono abbastanza contraria, perché penso che le vittime vadano difese, non ricordate”. Un sondaggio Eurodap ci dice che 7 uomini su 10... “Pensano che le donne se le siano cercate, in buona sostanza. È quello che incontriamo quotidianamente. I sondaggi non ci dicono niente di nuovo sotto questo profilo. Chi di noi fa questo lavoro in prima linea lo sa perfettamente che stanno le cose così e che questo è il tipo di terreno su cui attecchisce la violenza di genere”. Tornando alla questione penale, la Società Italiana di Psichiatria sostiene che “troppo spesso, ricorrendo a giustificazioni psicopatologiche che non hanno nessun fondamento, questi assassini si vedono rapidamente ridotte le pene”. È d’accordo? “È così. Salvo rari casi, la maggior parte di loro tramite il ricorso al rito abbreviato o una serie di valutazioni abbastanza arbitrarie, per non dire discutibili, da parte degli organi giudicanti, che non riconoscono una serie di aggravanti, alla fine arriviamo a pene di 14, 16, 20 anni se esageriamo. Vuol dire che entro 10 anni questi signori iniziano ad accedere alle misure alternative, che vuol dire di fatto non pagare. È così che si riesce a dire che questo tipo di reato è tra i più gravi possibili, quando poi di fatto le pene sono praticamente avvicinabili a un omicidio stradale?” C’è quindi una giustificazione culturale a livello trasversale? “Assolutamente sì, che passa anche attraverso quello che prevede il codice penale. Del resto il nostro è un Paese in cui nel ’75 è stato abrogato il diritto maritale, nell’81 il delitto d’onore. Insomma, non parliamo di un Paese che ha mai avuto una presa di posizione particolarmente dura nei confronti di chi maltratta la donna. Addirittura, nel diritto maritale era previsto espressamente che il marito potesse educare la propria moglie con i mezzi che riteneva più opportuni. Gli schemi culturali in cui siamo fortemente immersi e da cui siamo contaminati sono ancora ferocemente patriarcali. Ancora c’è gente che perde tempo con i decimali, per affannarsi a negare l’aumento di questo tipo di fenomeno, quando invece è strutturale e ci accompagna da tempo”. E rispetto alla rappresentazione del rapporto di coppia? “Accenda la televisione. Ci sono due modelli di donna che vengono propinati: una, se non lava il water tre volte al giorno, non è contenta di se stessa, con i prodotti naturalmente ultratecnologici e supertruccata; dall’altra parte, c’è una donna nuda che accompagna qualunque tipo di merce, dalla mortadella al profumo di lusso alla macchina stratosferica. Due oggetti: la donna utensile da una parte e la donna oggetto dall’altra. Questi sono i modelli”. Bisognerebbe quindi regolamentare diversamente la tipologia di contenuti mediatici? “Soprattutto, perché chi entra sistematicamente nella casa degli italiani non è il servizio sociale, ma la televisione, e anche i nuovi media. Se vogliamo cominciare a pensare di risolvere il problema, dobbiamo iniziare a ragionare in maniera radicalmente diversa. Bisogna soprattutto mettersi in testa che l’autonomia passa attraverso tutta una serie di passaggi, in primis il lavoro. In un Paese dove oltre il 50% delle donne non lavora e non ha un reddito, questo tipo di problemi non potrà mai essere risolto”. Nel senso che tende a subire di più chi non ha un’indipendenza economica? “È ovvio. La maggior parte delle donne che sentiamo noi, se avesse uno stralcio di lavoro che consentisse un livello di vita dignitoso per lei e per i suoi figli, probabilmente non starebbe continuamente a prendere schiaffi, ingiurie e sputi dalla mattina alla sera. Ma di fatto non esiste una rete che protegge la vittima anche sotto il profilo economico. Quindi, non è così semplice quando allontani il maltrattante, se era lui che portava il pane a casa, soprattutto quando vieni proiettata in un mondo di assistenzialismo abbastanza deficitario. Cosa proponiamo alle vittime di violenza per convincerle a denunciare? Ad oggi, molto molto poco. La donna per essere tutelata deve in primis credere che ci sia una possibilità al di là del tunnel e oggi la maggior parte di loro non la vedono e oggettivamente è difficile vederla”.
autore / intelligo
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