Le parole della settimana: Stati Generali della Lingua Italiana nel Mondo

25 ottobre 2014 ore 10:13, Paolo Pivetti
Le parole della settimana: Stati Generali della Lingua Italiana nel Mondo
Si sono svolti il 21 e 22 ottobre a Firenze gli Stati Generali della Lingua italiana nel Mondo, dunque questa settimana meritano il primo piano.
Ma si poteva immaginare per questo evento un titolo più ampolloso? Ampolloso proprio nel senso etimologico, dal latino ampullosus, derivato da ampulla, ampolla, metaforicamente cosa gonfia ma vuota. In sostanza, gran parte degli interventi hanno gravitato come al solito attorno al problema dei neologismi, prevalentemente di origine inglese, che stanno invadendo la nostra parlata. Chi ha osservato che l’italiano, definito da Dante lingua del “sì” (“...del bel Paese là dove ‘l sì sona...”) rischia di diventare oggi lingua dell’ok. Chi ha suggerito una lista di proscrizione di lemmi impuri: da zapping a exit poll, da premier a location a welfare... È curioso come tutta l’attenzione e la giustificata preoccupazione per la difesa della nostra lingua finiscano il più delle volte per concentrarsi sul vocabolario. Mentre sarebbe la sintassi quella da difendere a spada tratta, perché è nella sintassi l’identità di una lingua come la nostra: per esempio nella difesa del congiuntivo e del condizionale contro l’imposizione anglofila dell’indicativo. E anche l’ortografia andrebbe difesa contro il dilagare, sui giornali ma anche sui libri, degli orripilanti c’amiamo, c’odiamo, c’uniamo al posto di ci amiamo, ci odiamo, ci uniamo; come se fosse lecito eliminare la i e mettere al suo posto un apostrofo senza cambiare il suono della c davanti ad a, o, u, da palatale (come la c di cera) in gutturale (come la c di casa). Qui sì l’identità della nostra lingua è seriamente minacciata: qui dove c’è una dilagante sciatteria ortografica equivocata per senso pratico. Invece si grida al “si salvi chi può” perché nel nostro parlar quotidiano sono entrati il talk show, il selfie, la soap opera; o perché ci facciamo ricoverare in day hospital, o perché il premier approfitta del question time per illustrare l’accordo bipartisan... Come se non fosse vero, poi, che da sempre le lingue trasformano il proprio lemmario, assimilando vocaboli nuovi e lasciandone morire di vecchi. Nella difesa ad oltranza del vocabolario italiano sembra trasparire l’inconsapevole nostalgia di quell’antico italiano letterario, quello sì perfetto e immutabile, ma incatenato per secoli nei canoni del petrarchismo che l’hanno tenuto lontano dalla vita, dalla gente, dalla Storia.
autore / Paolo Pivetti
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