Fondi pensione e previdenza complementare: calcoli e valutazioni

25 ottobre 2016 ore 11:25, Luca Lippi
Le politiche di austerità hanno costretto i governi di quasi tutti gli Stati a tagliare forsennatamente a destra e a manca principalmente sulle prestazioni fondamentali del welfare, come la sanità, le pensioni, l’assistenza e l’istruzione. Per le pensioni sappiamo tutto mentre per la previdenza complementare qualche confusione rimane.
Tuttavia il discorso è da affrontare, provando a fornire alcune utili indicazioni. 
Nel medio termine, se non addirittura nel breve, la coperta del fronte pensionistico è destinato a ‘slanarsi’ sempre più velocemente, e non riuscirà più a coprire niente o quasi.
Le vittime più prossime sono i giovani e i precari, per questo motivo si dovrà provvedere per tempo a integrare la superstite pensione pubblica sempre meno presente e presumibilmente dignitosa. Una sorta di pensione di scorta insomma.
Il governo è sempre interessato che i lavoratori si costruiscano una pensione integrativa?  
Come si sa questa grava completamente sulle spalle del contraente che vuole  rendere più consistente l’assegno dell’Inps. 
Qualcuno particolarmente fiducioso nell’operato del ministero del lavoro e delle parti sociali avrebbe qualcosa da eccepire, ma ad oggi gli aggiustamenti della situazione pensionistica sono minimi e insufficienti dall’Ape alla 14ma mensilità per chi prende fino a 1000 euro lordi al mese (la legge di stabilità 2017 poi definirà i dettagli che spesso sono deludenti).

-Prospettive per chi comincia a lavorare ora
Per un ventunenne che oggi comincia a lavorare: perdurando l’attuale dinamica di crescita dell’aspettativa di vita, staccherà a 71 anni e mezzo (dopo 46 anni di lavoro!) e avrà una pensione di 1.424 euro con una carriera continua, e 905 se quest’ultima sarà invece inframmezzata da sospensioni contributive. Nel caso di un lavoratore autonomo, poi, le cifre della pensione saranno ancora più basse.
La pensione integrativa
Fatto cento l’obiettivo, un 21eenne potrebbe investire circa 35 euro mese in un fondo monetario (sicurissimo ai rendimenti attuali) oppure 20 euro mese in un fondo bilanciato (rendimento un po’ più elevato con un rischio limitato, bilanciato appunto).
Ovviamente, aderire a un fondo integrativo per impinguare la pensione Inps è via via più costoso a seconda del tempismo nell’adesione. Cominciare subito è piuttosto un sacrificio lieve, cominciare a metà percorso lavorativo diventa più oneroso. Più lungo è il periodo, maggiori saranno i risultati della capitalizzazione composta delle somme versate.
-Quanto il fisco può essere determinante nelle scelte di una forma integrativa della pensione
Grazie al Fisco, un fondo pensione che investisse in Btp renderebbe di più di un Btp: +77% invece che +17%.
Può sembrare un’assurdità, ma in epoca di bassi rendimenti, chi sottoscrive un fondo pensione riceve assai più vantaggi di chi cerca rendimenti su un singolo investimento fai da te, sempre alla ricerca di un rendimento maggiore (questione di pochi decimali). 
In generale, al crescere del reddito e dell’inflazione, il rendimento di un fondo pensione è via via superiore a quello di un Btp, a patto di restare entro i 5.164 euro di versamento annuo. Rispetto al reddito, il motivo è legato alla fiscalità agevolata: i costi sono infatti più che compensati dalla deducibilità del versamento dai propri redditi e dalla tassazione agevolata finale dal 15% al 9% in funzione del numero di anni di permanenza nella previdenza integrativa. Per quanto riguarda l’inflazione, il vantaggio è dovuto al fatto che un fondo pensione dà il meglio di sé (la deducibilità del versamento) all’inizio, mentre il Btp stacca cedole nel tempo, sentendo di più gli effetti dell’inflazione.
Negli ultimi anni è cambiata la tassazione sulle plusvalenze, salita per i fondi pensione al 20% (o 12,5% per la componente di titoli di Stato) e al 17% per il Tfr, ma la sostanza non è cambiata. Che si guardi ai rendimenti (passati o probabilistici) o al beneficio fiscale, devolvere il Tfr in un fondo di previdenza complementare appare una strategia efficiente. 
Le elaborazioni operate da Progetica che per motivi di spazio non possiamo pubblicare, confrontano un ipotetico fondo pensione che renda esattamente come il Tfr, con la liquidazione lasciata in azienda. Per un 39enne, al quale potrebbero mancare 30 anni alla pensione, la previdenza integrativa potrebbe dare il 27% in più del Tfr in azienda: quasi 15.000 euro.
Poi c’è anche il contributo datoriale, quando previsto. Per molti lavoratori dipendenti ci sono accordi con il datore di lavoro tali per cui, se il lavoratore versa una parte del proprio stipendio in un fondo previdenziale di categoria, l’azienda deve versarne altrettanta. Gli accordi prevedono percentuali dall’1% a salire, a seconda delle situazioni. Un 48enne che oggi, a circa vent’anni dalla pensione, iniziasse a versare in un fondo pensione l’1% del proprio reddito lordo (circa 270 euro all’anno per chi ne guadagnasse 1.500 euro netti al mese), se ne potrebbe ritrovare 292 investendo per conto proprio, ma 585 in caso di contributo datoriale. 
Per ogni euro investito, in sintesi, ne vengono versati due, il che raddoppia il rendimento a prescindere dalla linea di investimento.
La tassazione finale fa la differenza: dal capitale (o rendita) ottenuto con la previdenza integrativa viene prelevato tra il 15% e il 9% in funzione degli anni di iscrizione, mentre con il Tfr si ha la tassazione separata, legata agli scaglioni Irpef, più alta. 
Tutto questo a parità di rendimento: se si considera che mediamente investire nei mercati dà rendimenti più alti, ecco che la convenienza aumenta. Ricordiamo che il maturato in previdenza complementare può essere ritirato al 100% in capitale se inferiore a 80-90 mila euro, mentre può essere sempre ritirato al 50% in capitale e al 50% in rendita vitalizia.

Fondi pensione e previdenza complementare: calcoli e valutazioni

Ma quanto rendono i fondi? 
Facciamo un discorso generale, valutando Fondi chiusi e Fondi aperti. Ecco qualche conto dal 1998 ad oggi. Un lavoratore con una retribuzione di 35 mila euro che nel dicembre 1998 avesse aderito a un fondo pensione negoziale (aziendale o di categoria), avrebbe ottenuto un montante finale di 85.505 euro rispetto a un versamento complessivo di 61.632, con una rendita annua di 4.275 euro e un rendimento medio annuo del 10,1%. 
Anche senza tener conto di queste due voci (cioè guardando al solo rendimento finanziario), i risultati sarebbero tutt’altro che disprezzabili, con un montante finale di 60.399 euro, una pensione integrativa pari a poco più di tremila euro l’anno e un rendimento medio annuo del 3,4%.
Se invece avesse aderito a un fondo pensione aperto (promosso da compagnie d’assicurazione, banche, Sim e Sgr), i risultati sarebbero stati inferiori a causa dei costi medi più elevati. 
Tenendo conto del contributo aziendale e del beneficio fiscale, il gruzzolo finale sarebbe stato pari a 82.491 euro (sempre rispetto a un versamento lordo di 61.332 euro), che darebbero luogo a una rendita integrativa di 4.125 euro l’anno, con un rendimento medio del 9,7%. Senza questi due fattori (che aumentano decisamente la convenienza della previdenza complementare), il montante finale sarebbe di 57.325 euro, con una rendita annua di 2.869 e un rendimento medio annuo del 3,1% (fonte Corriere Economia).
I rendimenti dei fondi pensione sono positivi non solo nel lungo periodo, ma anche nel breve termine. Secondo un campione rappresentativo dell’85% del mercato, nei primi nove mesi del 2016 quelli aziendali o di categoria hanno reso in media l’1,8% netto, quasi il doppio rispetto all’1% del Tfr, la cui rivalutazione è stata frenata dall’inflazione rasoterra.
Il Tfr in azienda rende infatti l’1,5% fisso l’anno, più il 75% dell’indice Istat dei prezzi. 
Risultati positivi sono stati ottenuti da tutti i fondi a cominciare dal maggiore, Cometa, che da solo ha quasi un quarto del patrimonio in gestione; nelle settimane scorse Cometa ha rinnovato i gestori per tre delle cinque linee d’investimento. 
Performance positive sono state ottenute anche dai fondi aperti, con un rendimento medio netto dello 0,9%, quindi leggermente inferiore rispetto alla rivalutazione del Tfr. 
Rispetto ai negoziali, gli aperti sono caratterizzati da una maggiore esposizione azionaria e hanno risentito quindi delle turbolenze delle Borse nei primi mesi del 2016.
Conclusioni: allo stato dell’arte, un aggiustamento fiscale e delle detrazioni per agevolare l’utilizzo dei fondi pensione o anche dei fondi aperti sarebbe una buona ‘manovra’ per aiutare i lavoratori ad assicurarsi un futuro meno tempestoso di quanto non sia ipotizzabile ora.
Il problema risiede nella continua voracità dettata dalle esigenze di bilancio che tradizionalmente vede il governo (tutti, trasversalmente) attingere nelle risorse private aumentandone la tassazione, in sostanza, dove giacciono rendite importanti, al pari di aumento dei consumi, lo stato tende a intervenire tassandone i proventi per recuperare risorse quasi mai riutilizzate per i servizi. Dalla teoria alla pratica c’è ancora troppa forbice, speriamo una maggiore attenzione da parte del governo del Paese cui basterebbe seguire le indicazioni dell’Ue.

autore / Luca Lippi
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