La password della settimana è "Tattoo"

26 agosto 2016 ore 20:30, Paolo Pivetti
È finito il bel tempo dei corpi da ammirare: tartarughe e bicipiti da invidiare, culi e tette da lambire con pura contemplazione estetica, o viceversa culi e tette da invidiare e bicipiti da ammirare a seconda del punto di vista sessuale. È finito, e non perché si sta esaurendo negli ultimi fuochi l’estate. Anzi, proprio questa estate, nel suo pieno trionfo, ha decretato la fine di quel bel tempo.
Perché oggi, nelle spiagge assolate, ma anche sulle vette impervie accanto ai nevai o lungo le rive morbide e tranquille dei laghi, se ti metti oziosamente e innocentemente a curiosare in cerca di quello stimolo estetico che dai corpi ti rimandi direttamente alla categoria universale ed eterna del Bello, rischi d’imbatterti nel ghigno bieco d’un drago, nell’esplosione di fulmini e saette, nell’aggressiva ostentazione di mani a pugno e piedi a calcio, in kris malesi ostili e acuminati che trapassano sanguinanti cuori e altre frattaglie, in fauci spalancate di belve che mostrano minacciose zanne, in ogni possibile e immaginabile trionfo del genere horror, per non parlare del gioco blasfemo e inquietante con simboli religiosi d’ogni genere.
La password della settimana è 'Tattoo'
Perché oggi c’è il tattoo ad occupare gli spazi di quella che fino a ieri era la serena, disinteressata e interessatissima contemplazione del bello dei corpi. 
Ma cos’è successo al Genere Umano?
Certo, il tattoo è un affare per chi lo idea, per chi lo produce, per chi lo pratica sulle pelli altrui. Ma basta questo a giustificare il fatto che l’Umanità ci si tuffi in massa? Perché non si tratta più dei casi isolati e pittoreschi di una volta: i motociclisti di Sturgis, il beat ad alta gradazione alcolica, il camallo che portava  da solo sulle spalle un pianoforte appena scaricato dal transatlantico. Oggi il fenomeno tattoo è collettivo, emulativo. Mosso da che? Da quale istinto? Forse dallo stesso istinto che induce altri a cancellare il silenzio di una notte stellata con ossessivi “tumpi - tumpi” rocchettari, o altri ancora a violare facciate appena dipinte o carrozze ferroviarie scintillanti con la ferita di deflagranti sgorbi, che riportano quasi sempre alla firma allucinata dell’autore. Chissà...non sappiamo.
Riemerge dal fondo della memoria quella ben nota profezia emessa da Goethe già a fine Settecento: “Il tempo del Bello è finito.” 
Non ci sono risposte alle nostre domande. Vale solo un senso di pena constatando quanto di quel bello che ci era ancora rimasto sta sprofondando nelle sabbie mobili. Potrà mai arrivare qualche gancio salvifico che ci afferri per la collottola e ci tiri fuori da tutto questo e ci riporti nel mondo dei vivi? 
Difficile sperarlo. Ma noi, ce lo meritiamo?


autore / Paolo Pivetti
Paolo Pivetti
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