Erdogan a Gaza: la Turchia sfida Iran e Arabia Saudita sulla leadership mediorientale

26 aprile 2013 ore 10:52, intelligo
di Andrea Marcigliano
Erdogan a Gaza: la Turchia sfida Iran e Arabia Saudita sulla leadership mediorientale
Recep Tayyip Erdogan, il primo ministro turco, sembra deciso a sfidare, ancora una volta, il Grande Fratello di Washington. Infatti, in questi ultimi giorni, ha fatto sapere di non avere alcuna intenzione di rinviare la sua visita nella Striscia di Gaza, programmata per il prossimo maggio. Un rinvio che gli era stato ufficialmente e caldamente consigliato dal Segretario di Stato statunitense Kerry, palesemente preoccupato per la visita del leader di un paese della NATO – e, per altro, di una delle colonne militari dell’Alleanza – nel territorio controllato da Hamas, un movimento che Washington continua a considerare come terroristico
. E soprattutto pericolosamente vicino a Teheran. Inoltre, lo stesso presidente Obama si era, appena ieri, molto speso, nel corso della sua visita a Gerusalemme, per spingere il premier israeliano Netanyahu a fare quella famosa telefonata di scuse ad Erdogan che sembrava avere, finalmente, scongelato i rapporti fra Israele e Turchia, scesi sotto zero dopo “l’incidente” della Mavi Marmara. Ed è in apparenza facile prevedere che vedere l’amico turco passeggiare amichevolmente per Gaza acclamato dagli uomini di Hamas, non dovrebbe rendere proprio felice il notoriamente collerico Bibi. Insomma una decisione, quella del primo ministro turco, che potrebbe nuovamente raffreddare i rapporti con Gerusalemme, vanificando il lungo, certosino lavoro della diplomazia di Washington, che, per cercare di costruire nuovi equilibri in Medio Oriente, ha bisogno, invece, di concordia fra gli unici due alleati sicuri che le restano nell’area. Abbiamo però usato il condizionale perché, al di là della facciata, forse le cose non stanno proprio come sembrano. E, sempre forse naturalmente, la politica di Erdogan non dispiace davvero poi tanto né a certi ambienti dell’Amministrazione statunitense, né ad Israele. In primo luogo perché il disegno della diplomazia turca – tessuto con acribia e sottigliezza dal ministro degli Esteri Davutoglu – punta a cercare di ricucire fra Hamas e l’Autorità Nazionale Palestinese di Abu Mazen, che, secondo alcune voci, Erdogan vorrebbe far incontrare con la leadership di Gaza. In particolare con il segretario di Hamas, Khaled Meshaal, che ne incarna l’anima politica e che, recentemente, ha allentato i raporti fra l’organizzazione palestinese e Teheran. Rapporti che, invece, vengono ancora mantenuti stretti dall’ala militare del movimento, guidata dal premier di Gaza Ismail Hanyeh, che dipende dagli iraniani per i rifornimenti e che – secondo varie fonti di intelligence – è sostanzialmente eterodiretta dal VEVAK, il potente servizio segreto di Teheran. Tuttavia molti, e non solo ad Ankara, hanno notato che la crisi siriana sta progressivamente indebolendo le posizioni dei filo-iraniani interni alla leadership di Hamas, in quanto, senza il tramite di Damasco, Gaza si troverebbe troppo lontana dall’Iran e, di conseguenza, rischierebbe di cadere in un pericoloso isolamento. Di qui il prevalere delle posizioni di Khaled Meshaal, che però sembra guardare troppo in direzione dell’Arabia Saudita e del Qatar. E una Hamas che uscisse dall’orbita iraniana per entrare in quella, sempre più invasiva, delle petro-monarchie del Golfo, grandi sponsor dei movimenti radicali salafiti sparsi in tutto il mondo arabo, non è certo prospettiva che possa lasciare indifferente Ankara, la cui strategia di assumere una sorta di leadership dei paesi islamici sunniti, contrasta con l’analoga ambizione dei Banu Saud. Prospettiva che, al contempo, non piace certo neppure a Gerusalemme, per la quale se Teheran rappresenta la padella, Riyadh ha il ruolo della brace. Di qui, probabilmente, una lettura della strategia di Erdogan che, se riuscisse a riavvicinare Abu Mazen con Khaled Meshaal, aprirebbe la porta verso nuovi orizzonti anche nelle trattative fra Israele e palestinesi. E permetterebbe al leader turco di riportare la Sublime Porta ad essere l’arbitro dei nuovi equilibri tra il magre e il Medio Oriente. Una prospettiva che, evidentemente, a Washington suscita non poche perplessità, ma che sembra essere molto meno indigesta per Israele. Anche perché Bibi Netanyahu – notoriamente ben poco convinto delle aperture di Obama verso i nuovi regimi sunniti finanziati da sauditi e Qatar, sorti dalle Primavere Arabe – non sembra, fino ad ora, aver manifestato particolari preoccupazioni (se non di facciata) per le iniziative di Erdogan.
autore / intelligo
caricamento in corso...
caricamento in corso...
[Template ADV/Publy/article_bottom_right not found]