Veneto, è emergenza per Pfas: acque inquinate a rischio "patologie" per 400mila persone

26 aprile 2016 ore 13:25, Luca Lippi
Parliamo del solito disastro ambientale mai troppo dibattuto. Scoperto in Veneto una presenza piuttosto importante di Pfas che sono delle sostanze chimiche usate utilizzate nell’industria per rendere impermeabili i tessuti e i rivestimenti. L’Istituto superiore della Sanità ha scoperto queste elevate concentrazioni dell’agente inquinante nelle zone di Montecchio Maggiore, Lonigo, Brendola, Creazzo, Altavilla, Sovizzo e Sarego. Tuttavia l’inquinamento della falde acquifere colpisce seppure in minura inferiore, una vastissima area del Veneto, e quello che preoccupa di più, è che l’agente inquinante è stato riscontrato la presenza massicia degli acidi anche nel sangue delle persone, sono 250 mila i casi accertati e sono persone che bevono spesso acqua del rubinetto.
Le sostanze perfluoroalchiliche si sono diffuse in un'area enorme del territorio veneto e che il problema interesserebbe 400 mila residenti delle province di Vicenza, Verona e Padova.

Veneto, è emergenza per Pfas: acque inquinate a rischio 'patologie' per 400mila persone

L’Assessore alla Sanità della Regione del Veneto Luca Coletto, aprendo la conferenza stampa nel corso della quale sono stati presentati i primi dati del bio monitoraggio attivato in collaborazione tra Istituto Superiore di Sanità e Regione rispetto all’inquinamento da sostanze perfluoro alchiliche (Pfas) in alcune aree del Veneto afferma: “Sin dal 2013 quando la questione è emersa – ha aggiunto – non abbiamo lesinato impegno e risorse, che continueremo a impiegare, a maggior ragione da oggi, a fronte degli importanti punti fermi emersi dal prezioso lavoro dell’Iss, dall’affiancamento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dall’impegno e dalle responsabilità che hanno avuto il coraggio di assumersi i tecnici regionali della sanità e dell’ambiente in un quadro molto poco chiaro dal punto di vista normativo, dal lavoro quotidiano sul territorio delle Ulss coinvolte. Da oggi sappiamo molte cose in più e abbiamo di fronte un cammino chiaro, anche se lungo, ancora difficile e, temo. Sappiamo che il vettore principale del bio accumulo nelle persone sono le acque, e che abbiamo fatto bene quindi a intervenire immediatamente per rendere potabili quelle utilizzate per il consumo umano; sappiamo che dovremo proseguire a lungo i monitoraggi, non solo sulle circa 60 mila persone residenti nei Comuni a maggior impatto, ma su tutte le circa 250 mila coinvolte anche solo marginalmente; sappiamo, ed è una buona notizia, che le verifiche epidemiologiche, ad oggi, non hanno fatto rilevare dati anomali rispetto alle medie generali, su tutti i tipi di tumore oggetto di screening, ma anche su quello al testicolo, indicato dai sanitari come quello più correlabile al bio accumulo di Pfas nell’organismo; sappiamo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità, lo ha detto Marco Martuzzi del Centro Ambiente e Salute per l’Europa, considera un bel caso di risposta rapida ad un’emergenza le azioni messe in atto e ne tiene conto come ‘caso di scuola’ nelle sue attività; sappiamo che Iss e Oms continueranno ad affiancarci in futuro”.

In concreto, però, Vincenzo Cordiano esperto di tumori del sangue, rappresentante regionale di “Medici per l’ambiente” e responsabile degli ambulatori di Ematologia Generale ed Oncoematologia dell’ospedale di Valdagno, è stato il primo a lanciare l’allarme Pfas in Veneto, ipotizzando un collegamento tra la presenza di sostanze tossiche nell’acqua e alcune patologie presenti nella popolazione. Porta la sua firma una relazione con la quale, tre anni fa, chiedeva di promuovere una “Indagine epidemiologica sulle malattie ambientali da sostanze chimiche inquinanti persistenti” l’allarme risale all’estate 2013.
Confagricoltura Veneto alza la posta facendo sapere che “Le istituzioni regionali hanno buttato via tre anni facendo i campionamenti malissimo, senza coordinamento tra le diverse Ulss e senza una metodologia univoca. Il risultato è che ad oggi sulle sostanze Pfas non abbiamo dati certi, né un piano di controllo valido sugli alimenti. Eppure si decide di chiudere i pozzi a scopo precauzionale, mettendo a repentaglio centinaia di aziende agricole venete che già stanno vivendo un momento di gravissima sofferenza”.
Con molta probabilità siamo nella forbice malversa della ricerca di una soluzione senza seminare il panico fra la popolazione, e intanto il tempo passa, le persone si ammalano e i responsabili hanno il tempo pianificare la fuga “legale” dalle conseguenze di una inchiesta giudiziaria.

autore / Luca Lippi
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