Quella grande croce esposta nella piazza di Kiev: Un simbolo, un segno

26 febbraio 2014 ore 12:13, Americo Mascarucci
Quella grande croce esposta nella piazza di Kiev: Un simbolo, un segno
Fa un certo effetto vedere quella grande croce esposta nella piazza di Kiev portata a spalla dalla folla per commemorare i caduti della rivoluzione ucraina. Fa ancora più effetto vedere come sotto il peso della grande croce, si ritrovino persone comuni e poliziotti in divisa, a dimostrazione di una comunanza di ideali e valori che è andata ben oltre le logiche governative. Il successo della piazza è stato determinato anche e soprattutto dal passaggio in massa delle forze di polizia dalla parte del popolo, contro un regime che stava mettendo in mostra il suo volto criminale. Quella croce è il simbolo del riscatto di un popolo che non ha mai dimenticato le sue radici. Nonostante per circa cinquanta anni i sovietici abbiano fatto di tutto per cancellare la religione dalla vita e dalle coscienze dei popoli, anche in Ucraina, così come in Polonia, in Bulgaria, in Cecoslovacchia, la gente ha continuato a credere e a pregare. Quella croce è forse il simbolo più identitario del popolo ucraino, molto di più di quella bandiera dell’Europa che rappresenta quel sogno di adesione alla UE che ha dato luogo alle proteste. Il Cristo inchiodato sulla croce sembra quasi immortalare il calvario di una nazione che ha pagato con il sangue l’affermazione dei propri ideali di libertà, nella consapevolezza che, così come Cristo dopo la sofferenza ed il martirio si è riscattato dalla morte, anche l’Ucraina sarebbe uscita dal buio delle tenebre per ritrovare la luce. E la commemorazione dei caduti ai piedi della grande croce, sta proprio a testimoniare il simbolo di una vittoria ottenuta al prezzo di tante sofferenze umane e civili. La croce resta il simbolo universale di libertà e di amore, il simbolo forse più autentico della democrazia perché, laddove trionfa la croce, non possono esistere odio, sopraffazione, tirannia. E’ anche per questo che in molti paesi, quelli islamici soprattutto ma anche nell’India induista, la croce è vista con ostilità e sembra rappresentare un pericolo. L’assalto alle chiese, l’uccisione di tanti cristiani, l’oltraggio agli altari ed ai simboli sacri sono il segno più evidente di un odio fondato sul timore e la consapevolezza di non riuscire a reggere il confronto con una religione, il cristianesimo, che non è mai imposta con la forza, né con il ricorso alle armi, se non quelle della fratellanza universale e della solidarietà. Una fede che fra tante insidie sopravvive da duemila e rotti anni. Il regime di Yanukovich è crollato, così come è crollata l’Unione Sovietica, perché un regime fondato sull’odio e sulla sopraffazione è destinato a scomparire, spesso per autodistruzione. Nessuno forse fino al mese scorso avrebbe mai immaginato che dalle rivolte di piazza partite a novembre dalla decisione del governo ucraino di bloccare il percorso di adesione alla UE, sarebbe arrivata la spallata decisiva ad un presidente che poteva contare sul sostegno di un appartato politico e militare molto solido. Un potere che si è andato lentamente sbriciolando, cadendo sotto i colpi stessi di una repressione imposta con la forza e alla fine rivelatasi la principale debolezza di Yanukovich. L’Ucraina oggi è più libera, ma anche più orgogliosamente cristiana. Al di là di ciò che sostengono le fanatiche Pussi Riot o le loro sodali dal seno nudo, la risposta del popolo ucraino è stata netta; è la croce che rende liberi e unisce i popoli, aiutando a comprendere l’importanza e l’utilità del sacrificio di quanti hanno lottato per far trionfare i propri ideali.
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