G20: troppe aspettative da Shanghai (senza Putin). Ci sarà la svolta "riformista" cinese?

26 febbraio 2016 ore 13:23, Luca Lippi
Il G20, che si tiene da oggi a Shanghai fino al 27 febbraio, solo per il fatto di esistere, ha già rassicurato i mercati asiatici: borse su e yuan libero per il momento da svalutazioni. Così la finanza asiatica saluta l'incontro che può dare una svolta all'economia mondiale.

Infatti, tra convinzioni e speranze, questo incontro dovrà scongiurare il crollo dell'economia che è all'orizzonte presentando al mondo un piano coordinato per la crescita. Ma come sostenerla? 
Nessuno dà indicazioni, al limite richiama l'attenzione sull'evento che sarà decisivo per l'economia globale. L'FMI, infatti, ha chiesto di impostare una strategia, ma senza indicare altro. Il problema è anche il sistema bancario è al collasso e manca fiducia necessaria ai mercati per sostenere l'impianto. Così come siamo messi una strategia coordinata pro-crescita per gli analisti non è dietro la porta e la Cina è attenta a non finire nuovamente in un altra svalutazione.
Da qui il monito ai ministri delle finanze e ai presidenti delle banche centrali mondiali: siamo la seconda economia più grande del mondo. Poi la prospettiva: le nostre basi sono solide ma apriamo alle riforme economiche del Paese.Così il governatore della banca centrale della Cina Zhou Xiaochuan ha rassicurato i mercati, quello che serviva per ripartire sapendo che un accordo all'Hotel Plaza Accord, nel 1985 per deprezzare il dollaro Usa potrebbe uscire da quest'incontro. E forse è proprio questa la speranza. Anche se il ministro delle finanze cinese, Lou Jiwei, al China Daily ha parlato di “pura fantasia”.
G20: troppe aspettative da Shanghai (senza Putin). Ci sarà la svolta 'riformista' cinese?
Allora Germania dell'Ovest e Francia,  Giappone, Regno Unito e gli Stati Uniti d'accordo decisero una misura sul dollaro USA contro lo yen e il marco che non aveva precedenti, e che prende il nome dal luogo dell’intesa, l’Hotel Plaza di New York City.
E se il G20 volesse controllare i capitali in Cina in modo da stimolare l’economia cinese senza iniezioni di liquidità? 
Ci sarebbe il deprezzamento dello yuan per cominciare ad esportare. Il problema è che tutto il resto del mondo conta sul fatto che il mercato cinese assorba la produzione. 
Vedremo comunque ora se la crisi c’è e quali iniziative il Gruppo di ministri della finanza e presidenti delle banche centrali del G20 tirerà fuori. 
Non succederà nulla, il G20 non è in grado di controllare i capitali Cinesi, oltretutto non si deve sottovalutare che c'è un accordo piuttosto importante che la Germania conosce bene, che coinvolge anche la Russia di Putin, e già l'assenza di Putin dal G20 significa che qualunque soluzione sia posta all'attenzione della banca centrale centrale cinese non potrà sortire nessuna risposta senza il parere della Russia.
Inutile per l'Fmi chiedere soluzioni al G20, non è il G20 a dover pianificare la politica monetaria mondiale, la Cina pianifica la sua, la Bce la sua e così anche la Fed fino a quando gli equilibri industriali consentono ancora al Dollaro di guidare le transazioni internazionali.
L’economia USA non sembra in guai seri. Il vice presidente della Federal Reserve, Fischer, martedì ha dichiarato che, nonostante i prezzi del petrolio stiano ostacolando la crescita dell’inflazione, i salari sono aumentati del 2.5% a gennaio e i dati sulla spesa mostrano una ripresa della crescita, tuttavia bisogna stare attenti, dagli Stati Uniti spesso giungono voci di dati macro manipolati e poi non assisteremo mai all'ammissione di difficoltà da parte della Fed 
Ma il resto dell’economia mondiale?
Le opinioni variano. Alcuni economisti ripetono che i mercati stanno reagendo in modo esagerato nel realizzare quanto sia difficile guadagnare ora con un’economia lenta senza i dollari praticamente gratis. Altri ritengono che i mercati riescano a predire l’andamento futuro dell’economia mondiale, e che ignorare i segnali va a proprio rischio e pericolo.
Il vero problema dell’economia mondiale. Il problema reale dei mercati è che, senza una risorsa che stimoli la domanda mondiale, tutti gli sforzi dei singoli Paesi per sostenere la crescita hanno un’utilità pari a 0.
Più le banche centrali tagliano i tassi di interesse e indeboliscono le proprie valute, più capitale viene buttato via.
Tutti vogliono una valuta debole: la BCE, la Bank of Japan e, senza alcun dubbio, la banca centrale della Cina.
Indebolire la propria valuta spinge al rialzo l’inflazione e i profitti delle esportazioni. Ma rappresenta anche un trasferimento di ricchezza dai paesi le cui valute sono in rafforzamento verso i paesi le cui valute si stanno indebolendo.
Alcune volte può valere la pena accettarlo, ad esempio questo significa mantenere i rapporti con un partner commerciale importante o impedire ad un paese di adottare una politica estera aggressiva.
È questo il motivo per cui gli Stati Uniti hanno accettato l’indebolimento dello yen per così tanto tempo prima del Plaza Accord, ed il motivo per cui Washington tollera anche la debolezza dello yuan.
Ma il Segretario Lew ha avvertito che gli Stati Uniti non sono abbastanza forti da tollerare l’indebolimento delle valute di Cina, Giappone e Europa allo stesso tempo.
Gli economisti, il FMI e il Segretario Jack Lew concordano che i governi debbano aprire le proprie casse e riempire alcuni dei buchi più evidenti in tutto il mondo, come l’assistenza sanitaria, l’istruzione, l’ambiente e le infrastrutture.
Il rimbalzo sui mercati azionari sarà possibile solo se dal G20 dovessero emergere degli impegni precisi e concreti di un aumento della spesa per qualcosa di costruttivo. Ma la verità è che i mercati non sono poi così schizzinosi, le Borse calcolano il valore dei cespiti delle aziende quotate, in sostanza dell'economia globale se ne occupano poco, vanno dove c'è da speculare.
Quello che vogliono è un’altra iniezione di stimolo, qualsiasi tipo di stimolo. Per gli investitori, quindi, il pericolo più grande è che il G20 si concluda con accordo secondo cui va bene non fare assolutamente nulla.

autore / Luca Lippi
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