Istat: fiducia dei consumatori in calo ma cresce per le imprese (son scorte?)

26 febbraio 2016 ore 13:23, Luca Lippi
Stride il dato reso pubblico dall’Istat se confrontato con il dato sempre di Istat del 23 ultimo scorso su ordini e fatturato. Usciamo fuori dai misteri statistici per quanto qualche sospetto lo avevamo già sollevato e analizziamo il clima di fiducia dei consumatori che secondo l’Istat è in calo a febbraio. La diminuzione è misurata in 114,5, anche se si mantiene nella media degli ultimi mesi, dai 118,6 del mese precedente. tutte le stime delle componenti del clima di fiducia dei consumatori sono in calo. Più sensibile la flessione per le componenti economiche e future, rispettivamente a 141,8 e 127,1, mentre risulta più contenuta per le componenti personale e corrente, rispettivamente a 105,8 e 110,7.
In peggioramento i saldi dei giudizi e le attese sull’attuale situazione economica del Paese che passano rispettivamente a -37 da -26 e a 4 da 23. In aumento le attese di disoccupazione da 1 a 12.

Istat: fiducia dei consumatori in calo ma cresce per le imprese (son scorte?)
Al contrario, migliora a febbraio il clima di fiducia delle imprese che mostra un calo contenuto nella manifattura (a 102,0 da 103,0), un andamento stabile nei servizi di mercato (a 106,6) e un miglioramento nelle costruzioni (a 119,3 da 114,6) e nel commercio al dettaglio (a 106,5 da 102,0). Nelle imprese manifatturiere peggiorano sia i giudizi sugli ordini sia le attese sulla produzione (a -14 da -13 e a 9 da 11, rispettivamente), mentre i giudizi sulle scorte passano a 3 da 4. Nelle costruzioni migliorano sia i giudizi sugli ordini e/o piani di costruzione sia le attese sull'occupazione (a -35 da -39 e a -7 da -10, rispettivamente). Nei servizi aumentano sia i giudizi sia le attese sugli ordini (a 7 da 6 e a 7 da 4, rispettivamente) mentre peggiorano le attese sull'andamento dell'economia italiana (a 5 da 8). Nel commercio al dettaglio recupera il saldo dei giudizi sulle vendite correnti (a 13 da -1), diminuisce quello relativo alle attese sulle vendite future (a 18 da 25); in diminuzione sono giudicate le scorte di magazzino (a 4 da 11).
In sintesi, è inutile che migliori la fiducia delle imprese se non c’è il corrispondente stimolo a consumare da parte del mercato. Nei fatti le imprese hanno semplicemente alleggerito le scorte di magazzino e quindi seppure la domanda risultasse debole comunque sono costretti a riprendere una produzione anche se a ritmi ridotti. Del resto la mancanza di nuove assunzioni e la trasformazione dei contratti da precari a precari (perché a tutele crescenti non significa “tempo indeterminato”) è solamente il rastrellamento di bonus per acquistare materia prima e “riabbozzare” una sorta di produzione.
Nella sostanza, come dice Unimpresa a voce del suo presidente Paolo Longombardi: “Con una situazione di questo tipo si fa fatica a immaginare un 2016 con grande sprint sui consumi: le prospettive di crescita robusta sono poche e infatti anche il governo ha tagliato le stime sul pil dall'1,6% all'1,4%. Servirà una manovra correttiva sui conti pubblici, secondo il nostro Centro studi fino a 9 miliardi, e questo significa molto probabilmente nuove tasse, che poi è il motivo principale per cui sia le famiglie sia le imprese cercano di accumulare fondi d'emergenza”. Dai dati si capisce che la tendenza reale è quella a non fidarsi; i conti correnti sono passati da 808,9 miliardi a 877,01 miliardi con una crescita di 68,02 miliardi (+8,41%), i pronti contro termine sono saliti di 27,3 miliardi (+22,07%) da 123,9 miliardi a 151,3 miliardi. Saldo negativo, invece, per i depositi rimborsabili con preavviso calati di 1,5 miliardi (-0,51%) da 302,5 miliardi a 301,01 miliardi. In calo anche i depositi con durata prestabilita: quelli fino a due anni sono scesi di 20,7 miliardi (-15,63%) da 132,7 miliardi a 111,9 miliardi; quelli oltre due anni sono scesi di 8,9 miliardi (-6,00%) da 148,9 miliardi a 139,9 miliardi.
Il timore è quello di una crescita della pressione fiscale principalmente, in seconda analisi ma non meno importante, l’incertezza di un reddito futuro a causa della maggiore precarizzazione del lavoro. Se il consumatore non è propenso a consumare non si capisce come un’impresa possa essere fiduciosa che la produzione sia assorbita dal mercato.

autore / Luca Lippi
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