Monito ai preti dal Papa, guai a "doppie vite e prediche complesse": modello San Carlo Borromeo

26 gennaio 2016 ore 12:56, Marta Moriconi
Monito ai preti dal Papa, guai a 'doppie vite e prediche complesse': modello San Carlo Borromeo
Il monito è sempre lo stesso. Le prediche lunghe e complesse non aiutano l'assemblea a capire. Serve "semplicità" e non solo a livello di parole, anche "di vita": ossia, si eviti "ogni forma di doppiezza e mondanità". 
Oltre la semplicità di linguaggio dei predicatori che spesso si avventurano in "complesse dottrine" la barra da tenere è essere "annunciatori di Cristo, morto e risorto per noi". Una raccomandazione rivolta al Pontificio Seminario lombardo di Roma alla presenza del cardinale Angelo Scola. Il Papa ha anche indicato un modello: san Carlo Borromeo.
"L’evangelizzazione, oggi, sembra chiamata a dover nuovamente percorrere proprio la via della semplicità". Semplicità di vita, che eviti ogni forma di doppiezza e mondanità, a cui basti la comunione genuina con il Signore e con i fratelli; "semplicità di linguaggio: non predicatori di complesse dottrine, ma annunciatori di Cristo, morto e risorto per noi", ha detto il Papa. Un buon sacerdote, poi, "deve essere a contatto e vicino al Vescovo", ma qualcosa di giusto per Francesco lo fanno i giovani studenti in formazione: "Mi rallegro del vostro proficuo impegno negli studi, ma anche per la dimensione mondiale della vostra comunità: provenite da varie Regioni d’Italia, dall’Africa, dall’America Latina, dall’Asia e da altri Paesi europei. Vi auguro di coltivare la bellezza dell’amicizia e l’arte di stabilire relazioni, per creare una fraternità sacerdotale più forte delle diversità particolari". 

Si preparano infatti "a dare seguito a quell’impulso dello Spirito, per essere “futuro della Chiesa” secondo il cuore di Dio; non secondo le preferenze di ciascuno o le mode del momento". Un richiamo anche questo che fa rima con la missione: l’annuncio del Vangelo. Poi parla di conversione interiore e richiamando sempre l’esempio di san Carlo Borromeo, "proteso a riflettere l’immagine del Pastore, egli si identificò con questa immagine, la nutrì con la sua vita, sapendo che il discorso passa nel reale a prezzo del sangue: sanguinis ministri, erano per lui i veri preti".

Un ultimo consiglio ai seminaristi: "La tentazione della normalità, di un Pastore a cui basta una vita “normale”. 


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