Fisco, il pasticcio europeo dei “due pesi e due misure” per le grandi multinazionali

26 luglio 2013 ore 15:44, Alfonso Francia
Fisco, il pasticcio europeo dei “due pesi e due misure” per le grandi multinazionali
Lotta senza quartiere ai piccoli commercianti, bandiera bianca o quasi, sulle grandi multinazionali. In due parole è questa la politica fiscale dell’Unione Europea, finita negli ultimi giorni nella bufera dopo che i giornali hanno scoperto che praticamente tutte le grandi multinazionali operanti nel vecchio Continente pagano all’erario cifre irrisorie, più basse di quelle corrisposte da un’impresa di medie dimensioni.
L’ennesimo caso è stato denunciato dal Guardian: secondo il quotidiano britannico il circus della Formula 1 guidato, pur avendo base nel Regno Unito, ha pagato un milione di euro di tasse a fronte di un fatturato di un miliardo abbondante e profitti prima delle imposte per 350 milioni. Il peggio, conclude lo sconsolato giornalista, è che dal punto di vista strettamente legale non c’è nulla di illecito. La Formula One World Championship si mantiene infatti tramite prestiti concessi da altre società del gruppo, i cui interessi sono conteggiati come costi e sono quindi deducibili a fini fiscali. Il risultato? A fronte di un’aliquota base per le aziende che a Londra è del 24%, la Formula Uno paga lo 0,3%. Persino in quella che è la patria della finanza creativa si sono alzate voci irate, sia da parte della associazioni dei consumatori che da alcuni parlamentari. Il premier David Cameron ha addirittura diffuso dichiarazioni di fuoco: «Soffrono tutti quando certe compagnie manipolano il sistema fiscale per evitare di pagare la loro equa parte di imposte». Ma è difficile che la situazione cambi, perché l’indotto legato alle gare del Mondiale garantisce migliaia di posti di lavoro in aziende che le tasse le pagano fino all’ultima sterlina. Il problema vero comunque non sono le specifiche leggi che regolano la tassazione, ma la mancanza di coordinamento tra gli Stati europei. Avendo base in tutti i Paesi membri Ue, le grandi aziende spostano gli introiti da una frontiera all’altra diminuendo a ogni passaggio il carico fiscale, e finendo col corrispondere cifre poco più che simboliche. La situazione potrà migliorare solo con l’adozione – se non di una politica fiscale unica – almeno di un protocollo d’intesa che renda questo movimento di capitali meno agevole. Il problema, come al solito, è che sul tema non c’è accordo generale. La parte del bastian contrario questa volta è svolta dall’Irlanda, che negli ultimi vent’anni si è assicurata buona parte della sua robusta crescita economica garantendo alle grandi aziende fiscalità di vantaggio. Per evitare provvedimenti sgraditi, Dublino ha quindi preteso che l’Unione Europea includesse le materie fiscali tra quelle che richiedono un consenso unanime per imporre qualunque decisione. È quindi probabile che Google, Facebook ed Apple possano continuare i loro rimpalli di miliardi tra una capitale europea e l’altra, e proseguiranno nel concentrare tutto il loro fatturato nelle controllate con sede in Irlanda. L’ultima speranza è nelle mani dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che ha predisposto un piano d’azione - da presentare al G20 di Mosca in programma a settembre - che renderebbe difficile la riduzione dell’imponibile fiscale tramite il passaggio da un Paese all’altro. I documenti preparatori già diffusi suonano come una vera e propria denuncia: mentre le PMI sono gravate di un imponibile del 30% circa, le multinazionali versano in media il 5% grazie al trasferimento dei redditi in società di comodo e sussidiarie con sede alle Cayman. Il piano proposto dall’Ocse prevede che le aziende siano costrette a versare la quantità di tasse proporzionalmente agli introiti che incassano in quel determinato Paese. Ma perché il progetto possa andare in porto, serve l’adesione dei Paesi che incassano di meno, i quali paiono molto più intenzionati a cacciare i “pesci piccoli” che cercare di liberare il mare dagli “squali”.
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