Dal furgone alle celle telefoniche: i punti che non quadrano nel caso Regeni

26 luglio 2016 ore 9:24, Adriano Scianca

Continua la partita a scacchi tra Italia ed Egitto circa le indagini sulla morte di Giulio Regeni. Il rapporto tra gli inquirenti di Roma e del Cairo prosegue fra aperture e continui depistaggi. Nell'ultimo vertice della Procura della capitale tra il pm Sergio Colaiocco, i carabinieri del Ros, la polizia dello Sco e la supervisione del procuratore capo Giuseppe Pignatone, è emerso che nella collaborazione con le autorità egiziane c'è una novità positiva: i video della metropolitana che il ricercatore italiano avrebbe dovuto prendere la sera del 27 gennaio scorso verranno consegnati alla procura romana che in fase di incidente probatorio, e quindi irripetibile, li farà esaminare dai tecnici della società tedesca che gestisce l’hardware dei video del Cairo. 

Dal furgone alle celle telefoniche: i punti che non quadrano nel caso Regeni
L’Egitto ha tuttavia negato di consegnare i tracciati delle loro celle telefoniche e i relativi tabulati. È questo continuo tira e molla che rende difficile l'evoluzione delle indagini. Di sicuro c'è che la versione ufficiale fornita dall'Egitto non regge: emerge per esempio che il furgone bianco con cui sarebbe stato rapito l'italiano, secondo quanto riferito dagli egiziani, era in realtà in quei giorni in riparazione. Gli inquirenti italiani lo hanno scoperto verificando il numero di targa del veicolo. Un depistaggio, l'ennesimo, che serve solo a inquinare le acque.

Ieri sera, intanto, si è svolta a Roma una fiaccolata in piazza del Pantheon. Amnesty International, Antigone e la Coalizione italiana per le libertà e i diritti civili sono scesi in piazza, insieme ai genitori del ricercatore di Cambridge per chiedere di nuovo “la verità su quanto accaduto al giovane ricercatore italiano”.  

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