Tra Usa e Turchia c'è lo zampino di Putin

26 luglio 2016 ore 11:53, intelligo
di Alessandro Corneli 

Un fantasma si aggira a Washington: è quello del presidente russo Vladimir Putin. I suoi hacker avrebbero scoperto i piani dei golpisti anti-Erdogan e avrebbero avvisato il presidente turco, i cui sostenitori si sgolano per dire che il progetto di golpe sarebbe targato Cia e ispirato da Fethullah Gulen, l’arcinemico di Erdogan che ha trovato oltre Atlantico. Non basta: gli abilissimi hacker di Putin sarebbero entrati nei computer del Democratic National Committee per fornire a Wikileaks le e-mail da cui risulta che il Comitato, anziché sostenere imparzialmente tutti i candidati democratici, ha aiutato Hillary Clinton soprattutto contro Bernie Sanders. La presidentessa del Comitato ha dovuto rinunziare al discorso che aveva preparato per la Convenzione ed ha annunziato le proprie dimissioni. Questa specie di caso Watergate, tutto interno al Partito democratico, imbarazza fortemente la Clinton e irrita i sostenitori di Sanders che si sono sentiti ingannati e che non apprezza l’appoggio che il loro beniamino ha comunque dato a Hillary per impedire che il “rozzo” Donald Trump (e il Partito repubblicano) conquisti la Casa Bianca. Il fatto è sicuramente grave: lo stesso Trump ha dovuto faticare molto per piegare l’avversione che i dirigenti del Partito repubblicano avevano manifestato nei suoi confronti prima che sbaragliasse i suoi modesti avversari. 

Tra Usa e Turchia c'è lo zampino di Putin
Da parte democratica si cerca di sfruttare comunque la vicenda, spostando l’attenzione dalle lotte interne al fantasma della ipotetica intrusione di Putin per favorire l’elezione di Trump
. È vero che da anni Baraci Obama cerca di demonizzare il presidente russo, ma non si può escludere che le rivelazioni sulle e-mail a favore della Clinton e contro Sanders provengano proprio dai sostenitori di quest’ultimo, non solo perché avversi al legame tra Hillary e Wall Street, ma anche per bloccare sul nascere una “dinastia Clinton”. Se invece fosse vera l’intrusione degli hacker di Putin, allora sarebbero dolori per gli Stati Uniti in quanto rivelerebbe la loro permeabilità. La riunione tenutasi in tutta fretta alla Casa Bianca, con la partecipazione di funzionari di varie agenzie di intelligence e di difesa, inclusi il Consiglio per la sicurezza nazionale, il Dipartimento della Difesa, l'Fbi e il Dipartimento per la sicurezza interna, o è una manovra per rafforzare la credibilità dell’accusa o c’è qualcosa di vero. Comunque tutto finirà l’8 novembre, giorno delle elezioni (se non ci saranno contestazioni e strascichi come nel 2000 quando Bush Jr. prevalse su Al Gore). 

Ben più concreta e allarmante per Washington è la linea adottata dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Senza il suo benestare, i media che lo appoggiano non insisterebbero sulle accuse agli Stati Uniti di essere stati dietro il fallito golpe. La repressione in atto, che sembra colpire liste di nemici e avversari predisposte da tempo, sta decimando le alte gerarchie militari più legate alla Nato e quindi agli Usa. Questo che preoccupa Washington ben oltre ciò che traspare in pubblico: il fianco Sud della Nato, di cui la Turchia è il pilastro più importante, potrebbe venire meno, aprendo uno scenario finora inimmaginabile non solo per il Vicino Oriente ma anche per l’Europa. Una strategia portava avanti da oltre sessant’anni, da quando la Turchia fu ammessa nella Nato, non può cambiare di colpo né, probabilmente, in modo pacifico. 

Erdogan deve però stare attento: gode di un momentaneo e molto tattico appoggio da parte della Russia di Putin e ha ristabilito buone relazioni con Israele, ma difficilmente potrebbe sostenere una opposizione congiunta degli Usa e dell’Unione europea, rischiando una grave crisi economica che ridarebbe fiato all’opposizione. Se manterrà la linea dura verso Washington, fino ad un ipotetico sganciamento dalla Nato, dovrà rivedere la politica d’immigrazione verso l’Europa e, soprattutto, la linea politica verso la Siria e l’Iran. I prossimi mesi si annunciano quindi densi di eventi dalle conseguenze imprevedibili anche a causa dell’offuscamento del potere decisionale americano che di solito si verifica nei mesi di passaggio da una presidenza all’altra. Per un verso, Trump è il candidato ideale ad accettare profonde revisioni nella politica estera ed economica degli Stati Uniti; ma per un altro verso ciò spaventa e rafforza chi punta al consolidamento delle posizioni acquisite, di cui l’elezione di Hillary Clinton sarebbe garante. Per questo motivo le prossime elezioni americane avranno un impatto sul resto del mondo più incisivo di quanto sia avvenuto in passato.
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