Il Papa in Terra Santa si è esposto in prima persona

26 maggio 2014 ore 13:05, Americo Mascarucci
Il Papa in Terra Santa si è esposto in prima persona
“Non guardate al passato, guardate avanti e ricordate che alla violenza non si deve mai rispondere con la violenza, ma sempre e soltanto con la pace
”. E’ questo il messaggio che papa Francesco ha lanciato da Betlemme incontrando i ragazzini dei campi profughi palestinesi. Va detto che ha fatto un certo effetto ascoltare le voci di quei ragazzi mentre sventolavano cartelli inneggianti la libertà del popolo palestinese, e ha fatto altrettanto effetto ascoltare la testimonianza di uno che si è rivolto direttamente al Santo Padre denunciando le sofferenze provocate a loro, ai loro genitori e ai loro nonni dall’occupazione israeliana. Nel cuore dei nonni e dei genitori di quei ragazzi è forte l’odio contro Israele e il desiderio di un riscatto che passi anche dalla riconquista dei territori occupati. Il rischio che quei ragazzi possano crescere nell’odio preoccupa fortemente Francesco che sa perfettamente come la tanto agognata pace fra israeliani e palestinesi non potrà mai essere raggiunta fino a quando, da ambo le parti, le nuove generazioni non comprenderanno che è giunto il momento di superare i rancori e prediligere il dialogo. Per questo il Papa li ha invitati a non lasciarsi condizionare dal passato e a guardare avanti con fiducia, consapevoli che la violenza non consentirà mai di conseguire la serenità e la sicurezza. Francesco si è spinto anche oltre e ha invitato Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese ad incontrarsi in Vaticano per riannodare i fili del dialogo e pianificare finalmente la pace. Qualcuno ha subito evidenziato come per parte israeliana il Papa abbia scelto il presidente della Repubblica Shimon Peres e non il premier Benjamin Netanyahu. Il primo infatti, è stato detto, ha sempre creduto nel processo di pace, il secondo invece lo ha sempre ostacolato. L’eterna contrapposizione fra destra guerrafondaia e sinistra pacifista. E’ vero, Peres si è speso per tutta la vita per favorire il dialogo e la pace con il popolo palestinese ed è rimasto sempre coerente a questa visione, anche quando ad esempio Yasser Arafat si rimangiava gli impegni assunti in sede internazionale e si mostrava del tutto incapace di arginare l’estremismo terrorista di Hamas; ma è stato anche un tenace sostenitore della sicurezza di Israele ed ha appoggiato incondizionatamente tutte le scelte compiute dall’allora premier Ariel Sharon, considerato il falco numero uno di Israele, per contrastare il terrorismo palestinese, compresa l’edificazione del muro di divisione fra Israele e la striscia di Gaza di fronte al quale si è fermato papa Francesco. Non soltanto ha difeso la costruzione di quella barriera contro le proteste internazionali ma anche tutte le operazioni di polizia israeliana compiute per garantire la sicurezza del suo popolo. Se Sharon non fosse stato colpito da un ictus e costretto a ritirarsi dalla scena, forse il processo di pace avrebbe prodotto dei risultati se si pensa che proprio dal più falco dei falchi arrivò l’ordine ai coloni israeliani di abbandonare la striscia di Gaza che fu ceduta ai palestinese fra le proteste degli ebrei più intransigenti. Per questo Peres, che di Sharon fu a lungo un tenace avversario, scelse di appoggiare la sua politica fino al punto di lasciare il Partito Laburista e fondare insieme a lui un nuovo movimento politico chiamato Kadima. Netanyahu non è certamente Sharon e diversamente da Peres non ritiene che la pace si possa e si debba raggiungere anche al costo di sacrifici per Israele. Ma sarebbe utopico e velleitario pensare di avviare un negoziato in Vaticano sotto l’egida del Papa scavalcando il premier israeliano e scegliendo come unico interlocutore il presidente Peres. Ad ogni modo l’invito di Francesco riveste un carattere eccezionale, quanto straordinario, soprattutto dal punto di vista simbolico; la Chiesa assume un ruolo da protagonista attivo nel negoziato non limitandosi più soltanto alla preghiera e agli appelli al dialogo, ma esponendosi essa stessa in prima persona al servizio della pace. Abu Mazen si sta rivelando interlocutore serio ed affidabile ma i palestinesi sono lacerati al loro interno dall’eterna lotta fra i moderati di Al Fatah, cui appartiene lo stesso presidente dell’ANP  e gli estremisti di Hamas; Israele dal canto suo deve fare i conti con una larga fetta di opinione pubblica favorevole alla linea dura verso i palestinesi, e sono soprattutto elettori di Netanyahu. Il Premier avrà lo stesso coraggio di Sharon e saprà anteporre l’esigenza della pace di fronte alle rivendicazioni dello zoccolo duro del Likud?
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