Giubileo della Misericordia: no alla Croce usata contro l'Isis

26 marzo 2015, Fabio Torriero
Giubileo della Misericordia: no alla Croce usata contro l'Isis
In vista del Giubileo non usiamo la Croce per una guerra per conto terzi. La risposta del direttore di Intelligonews Fabio Torriero a Galli Della Loggia nell’editoriale per il quotidiano La Croce.

Il Giubileo della Misericordia capita a proposito o a sproposito per tutti. Sarà il paradigma di ogni evocazione, suggestione e, purtroppo, strumentalizzazione politica. Di fronte all’incombente minaccia del terrorismo islamico e all’oggettivo rischio che vengano colpiti i simboli della cristianità e dell’Occidente (Roma caput mundi), ci sarà chi, da una parte, accentuerà i presagi nefasti per raddoppiare il clima di terrore che già ampiamente serpeggia presso l’opinione pubblica, dopo gli attentati parigini, in Europa, e dopo le varie stragi, dal Medio-Oriente alla Tunisia; in primis, i massacri e la violenza che subiscono quotidianamente i cattolici (un genocidio che al mondo che conta interessa poco, come ha ricordato recentemente papa Francesco). Una paura certamente legittima, ma che serve a troppi. 

E dall’altra, ci sarà chi dal canto suo, coniugando l’esodo di migliaia di immigrati in fuga dalle terre dove si muore e i milioni di pellegrini che verranno a Roma, confermerà le trite e ritrite ricette di accoglienza, lo sbraco buonista, la tranquillità, la serenità ostentata, la religione dell’integrazione, il pacifismo astratto, che spesso fanno rima con cecità, malafede, disinteresse, egoismo e ideologismo.

In mezzo, come al solito, la Chiesa e il Santo Padre che invece hanno dimostrato, con questa scelta, coraggio e orgoglio. Rivendicando il diritto all’identità cristiana di cui l’Italia e l’Europa sono espressione e figlie.

Nel frattempo non tira una bella aria: la cultura si sta muovendo per preparare le coscienze ad un film già visto, riproponendo tutto l’armamentario di contenuti e di parole, che tristemente abbiamo vissuto e visto, fin dal tempo della guerra in Iraq. Paura come sinonimo di intervento armato (di difesa o di offesa, non è importante).

Ernesto Galli della Loggia si è speso ancora una volta, sulle pagine del Corriere della sera, per chiamare a raccolta gli occidentali, giocando sulle emozioni e sulle sensibilità diffuse. Una discesa in campo molto simile (meno enfatica, ma non per questo meno efficace) a quella di Giuliano Ferrara, che parla ormai da mesi, di guerra di religione, scatenata dall’Isis “contro la civiltà cristiana e occidentale”.

Galli della Loggia fa di più: dice che non c’è tempo da perdere e che bisogna mobilitarsi, abbandonando i pudori lessicali: “Non si tratta più di esportare la democrazia, ma di difenderla e con essa la nostra libertà”.

Lo schema che l’intellettuale mira a consolidare, è che la realtà si divide e deve dividersi, tra chi è sveglio e deve agire in fretta, e chi dorme e favorisce di fatto ogni pericolo interno od esterno.

Invece, c’è un altro modo di pensare. Quello di chi ovviamente non cede le armi nei confronti della minaccia di uomini che uccidono nel nome dell’Islam; quello di chi non arretra di fronte alla paura, e che gioisce per un evento come il Giubileo e che (questo è il vero tema) non combatterà una guerra per conto terzi.

Sia l’esportazione della democrazia, sia la difesa della democrazia, così come declamate, hanno un vulnus di fondo: sono “occidento-centriche”, partono dalla presunta superiorità culturale, storica e razziale dell’Occidente, ignorando i mali e gli effetti drammatici della sua esportazione militare, economica, coloniale e politica.

La democrazia non è un’imposizione ideologica che viene calata dall’alto per giudicare il bene e il male, ma un processo storico che ogni popolo compie gradualmente secondo la propria specificità. Non basta introdurre meccanicamente e magicamente parlamenti e partiti per ottenere la democrazia, la civiltà e il progresso universale. Vengono eletti democraticamente dei pazzi. Come si è ampiamente visto.

Galli della Loggia parte dal presupposto che questa volta dobbiamo difendere la nostra democrazia. In nome di che? Di cosa? Siamo ancora cristiani, siamo ancora liberali? Quali valori ha l’Occidente? In che cosa si identifica? Unicamente in quelli economici? O non siamo piuttosto diventati un continente nichilista e molti estremisti islamici sono in realtà il frutto di una pessima integrazione, di una sbagliata cittadinanza, sono il risultato del nostro nichilismo? Non ci viene il sospetto che da decenni siamo un enorme involucro senza anima a cui soltanto il messaggio di Cristo, rinvigorito dal Giubileo potrà dare risposte autentiche e segnare una ripartenza?

Questa domanda non filosofica smaschera l’intento geo-politico e ideologico di Galli della Loggia. “Non siamo crociati – scrive sul Corriere – né ci sogniamo di esserlo… ormai per lo più religiosamente incerti, in parte significativa non credenti, è ridicolo definirci crociati. Ma se si vuole ammazzare per colpa di una Croce, allora è bene che i nostri nemici sappiano che in questo modo quella Croce diviene un simbolo di libertà”.

Nessuno si sogna di trasformare la Croce in un simbolo crociato di guerra (anche se sulle crociate ci sarebbe da approfondire in modo serio), o in un simbolo di aggressione; ma ridurre la Croce a mera icona libertaria de-teologizzata, ci sembra funzionale ad un altro progetto. Ecco quale.

Sparita la Croce dalle fondamenta etiche della nostra società, sparita dal dna storico identitario dell’Italia; sparita dalle radici dell’Europa (si pensi alla  sua cancellazione dal preambolo della Costituzione Ue), viene dunque ripescata per difendere l’Occidente illuminista, magari soltanto la libertà dei vignettisti parigini dissacranti (penne di una religione rovesciata sessantottina), o per difendere la libertà di vivere nella società delle “pulsioni dell’io”, la libertà di propagandare il pensiero unico gender (ultima ed estrema declinazione di certo liberalismo soggettivista), e magari per obbligarci a combattere a fianco degli americani, che continuano a considerare l’Europa come un serbatoio a sovranità limitata da utilizzare a piacimento.

E’ bene ribadirlo: nessuno usi la Croce per farci fare guerre per conto terzi. E’ a tutti evidente che Russia e Usa stanno usando lo spauracchio dell’Isis per tornare alla guerra fredda e combattersi tra loro a nostre spese e sulla nostra pelle. Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi (cosiddetti moderati, perché fanno affari con il capitalismo americano, dal petrolio in poi), storicamente finanziati dagli Usa, sono i primi finanziatori del Califfo Nero (l’asse sunnita). I loro nemici (l’asse sciita) e cioè, Iran, Siria e Libano, sono, viceversa, alleati di Putin. Il quale è alleato di quell’Egitto che, unico in Africa, combatte veramente l’Isis. E come se non bastasse, la Turchia e la Grecia se, per quanto riguarda quest’ultima, i patti con la Ue dovessero saltare, si stanno avvicinando all’orbita russa.  E Obama non sta, né starà a guardare. Non è sufficiente per capire che la partita è estremamente diversa? E che la Croce annacquata a simbolo libertario potrebbe servire ad una guerra assolutamente estranea alla religione cristiana? Anzi, sarebbe il vessillo di quella cultura e di quegli interessi geopolitici che hanno contribuito ad  indebolirla nella forma e nella sostanza.

Ecco perché non ho gradito la “Croce simbolo di libertà” (separata dal termine crociati, diventato sinonimo di violenza anti-liberale e di imperialismo), come ridefinita e auspicata da Galli della Loggia.

La Croce è il supremo simbolo di un’ingiustizia che si è trasformata, inverata: alla violenza ha risposto con l’amore, al tradimento con la fedeltà, al fallimento e alla morte ha risposto col più grande messaggio di speranza e salvezza per l’uomo. Ma questo con la geopolitica e la nuova guerra fredda c’entra poco. C’entra più col Giubileo della Misericordia.   
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