Lavoro, il 2014 è stato un anno di delusioni e speranze: LA SCHEDA

26 marzo 2015, intelligo

di Antonio Balduzzi


Parallelamente a quanto accaduto con il PIL il 2014 è stato un anno di attesa, e in parte di delusione, poichè quella che era stata prevista come una ripresa si è rivelata come un calo minore, e allo stesso tempo nel campo dell’occupazione come una stagnazione e un miglioramento troppo flebile per poter parlare di svolta.


Dopo un aumento degli occupati fino a giugno, in estate e in autunno vi sono state due docce fredde, in corrispondenza dell’uscita di previsioni più negative dal punto di vista anche della crescita, cosicchè la risalita dell’occupazione a fine anno l’ha portata al livello di quella di giugno e non oltre, anche se a cifre migliori di quelle di un anno prima. Lo vediamo nel seguente prospetto ISTAT.


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Come vediamo il tasso di disoccupazione che da giugno si era impennato fino a superare il 13%, solo da novembre ha preso a scendere, tornando a quello dell’estate, ed è ancora al 12,5%, complice la fine della diminuzione degli inattivi, coloro che non sono occupati e non cercano lavoro, e il cui calo era stata forse la migliore notizia del 2014 dal punto di vista occupazionale.


Cosa è accaduto? Quello che salta all’occhio osservando i dati è prima di tutto la persistenza del gap tra le diverse aree dell’Italia e anzi l’allargamento del divario tra Nord e Sud.

Contrariamente alla teoria economica che vorrebbe una convergenza tra economie più povere e più floride, così come questo non sta accadendo in Europa, non riesce ad avvenire neanche in Italia, e così il Mezzogiorno è l’area in cui vi è stato il minore aumento di occupazione, a fronte invece del risultato del Centro Italia, come vediamo dai dati ISTAT:


lavoro sesso geografia.png


Le donne sono riuscite ad aumentare la propria occupazione il doppio degli uomini, ma al Centro per esempio 4 volte più che al Sud Italia.

E’ un dato certamente confortante, ma questo altro gap presente nel nostro Paese, quello tra occupazione maschile e femminile, è ancora ben lungi dal colmarsi, l’Italia rimane ancora quello con il maggiore divario in Europa, come Eurostat certifica:


lavoro diff maschi femmine.png


Peggio di noi solo Turchia, Malta e Giappone.

Già lo SVIMEZ, nel suo rapporto specifico sul Sud Italia aveva sottolineato la situazione, che diventa paradossale per i giovani: solo due donne su 10 tra i 15 e i 34 anni lavoravano nel 2013, e non solo vi era stato un ovvio peggioramento in seguito alla crisi, ma era peggiorato il gap con il resto d’Europa, dove più del doppio erano al lavoro.


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Una nota di ottimismo che può provenire dal 2014 è l’inversione di alcuni trend, in primis il ritorno alla crescita, ai livelli pre-crisi, dell’occupazione a tempo pieno, che aveva toccato cali anche di 500 mila persone in alcuni trimestri del 2013, a scapito dei contrati a tempo parziale che hanno proseguito a salire. Dal secondo trimestre 2014 le due tipologie di contratto si sono molto avvicinate.

E poi la più grande differenza sentita dai lavoratori, tra contratti a termine e a tempo indeterminato. Come è facile immaginare, dopo il 2011 ogni trimestre aveva visto il calo degli occupati permanenti, in modo costante, mentre i contratti a termine avevano sofferto di una riduzione solo negli anni più duri per l’occupazione, tra il 2013 e il 2014.

A partire dal secondo trimestre 2014 anche i contratti a tempo indeterminato hanno iniziato una flebile ripresa, come vediamo dai grafici ISTAT di seguito:



lavoro termine part time.png


Ora le più grandi speranza sono affidate al Jobs Act, entrato in vigore con i decreti attuativi proprio nel mese di marzo. Più che la riforma relativa all’eliminazione del reintegro nei licenziamenti economici, è la decontribuzione, con il collegato taglio del cuneo fiscale, la molla che potrebbe portare a più assunzioni con il nuovo contratto a tempo indeterminato, e tuttavia rimane il punto interrogativo sulla sostenibilità e la continuità di un tale provvedimento, che richiederà la conferma degli sgravi varati, ma questa non potrà arrivare se non con la ripresa del PIL, dell’economia reale.


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