Le password della settimana: "Un minuto di Silenzio. Applausi"

26 marzo 2016 ore 8:00, Paolo Pivetti
Il minuto di silenzio dei Brussellesi nella piazza della Borsa per ricordare i morti dopo l’atto di guerra del 22 marzo nel loro aeroporto e nella loro metropolitana, è culminato in un fragoroso applauso. Perché?

Perché oggi si applaudono i morti?

Non c’è funerale dove lo strazio dei parenti e degli amici non sia travolto da un festoso applauso della folla. Festoso, certo, perché l’applauso è di per sé segno di festa, da che mondo è mondo. Viene dal verbo latino plaudère, cioè applaudire, con particolare sottolineatura dell’aspetto gioiosamente chiassoso. Forse che la nostra società, sempre più laicizzata, ha raggiunto a nostra insaputa la consapevolezza di una felicità eterna che attende, nella misericordia di Dio, chi passa all’altra vita? E ci riserva la sorpresa di un cristianissimo applauso al Paradiso? Difficile che sia questo il motivo. E allora, perché?

La prima volta che mi è capitato di sentir applaudire una bara è stato in occasione del funerale di Enrico Berlinguer. Allora mi sono detto: “Vogliono esprimere il loro affetto al capo tanto amato e non trovano modo migliore che battergli le mani: un applauso d’affetto”. Probabilmente sarà andata proprio così. Come se l’affetto, l’amore, la riconoscenza, non fossero esprimibili nel silenzio. Come se un sentimento vero, profondo, radicato, avesse bisogno di un’esternazione così rumorosa per esser comunicato.

Sta di fatto che da allora sono incominciate le emulazioni, fino ad arrivare oltre i confini nazionali; tanto che ormai non c’è bara importante che possa uscire di chiesa, o da una cerimonia laica, se non tra due ali plaudenti di folla.

Ma cosa significava il silenzio d’un tempo? Significava un raccolto rispetto, perché la morte, la morte di chiunque, anche di chi non abbiamo amato, incute rispetto. E che bello il rispetto del silenzio! Il silenzio che, se c’è un sentimento vero a sostenerlo, comunica molto di più di mille parole! E anche più di tanto chiasso. (Il plaudère latino significa anche in senso più generico battere con strepito, fare chiasso.)

Ma il linguaggio di oggi è cambiato, insieme con la mentalità. A un popolo che posta su Facebook tutti i propri sentimenti, o che, dopo fatti come quelli di Bruxelles, si precipita in piazza e ne copre il pavimento di disegni, affidando ai colori dei gessetti l’espressione chiassosa della propria vicinanza alle vittime e della propria ribellione alla morte, non si può chiedere il silenzio.

Forse c’è anche una componente di horror vacui, perché il silenzio, erroneamente vissuto come vuoto di comunicazione, può dare angoscia; può lasciar intravedere un mondo sconosciuto nel quale si ha paura di addentrarsi.

La maggioranza ha bisogno di luoghi comuni anche per esprimere sentimenti autentici. Non possiamo togliergli la consolazione di un bell’applauso.
autore / Paolo Pivetti
Paolo Pivetti
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