Meditazioni sulla Pasqua: "Non cercate tra i morti colui che è vivo"

26 marzo 2016 ore 16:40, intelligo

di P. Giacobbe Elia


Davanti al sepolcro, seduto sulla pietra che lo chiudeva, un angelo sconvolge le donne con un annuncio inaudito: “Il Crocifisso è risorto!”. Non dice Gesù è risorto, ma il “Crocifisso è risorto” (Mt 28,5s), accentuando il “modo” del suo supplizio, riservato a coloro che commettevano i delitti più infami. Questo il racconto di Matteo. Più articolata è la redazione di Giovanni. La domenica di Pasqua “di buon mattino, quand’era ancora buio”, Maria Maddalena si precipita al sepolcro e lo trova vuoto. Smarrita corre ad avvertire Pietro e Giovanni, che la seguono e verificano l’assenza di Gesù. Nel sepolcro ora ci sono solo le bende e il sudario. Il mistero di Cristo culminante nella Risurrezione prende forma. Maria però non torna con loro a casa, ma rimane lì a piangere. A lei per prima appaiono gli angeli e poi il Risorto, che le dice: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” (Gv 20, 17). Col cuore in gola per l’emozione, corre dagli altri discepoli e annuncia festante: “Ho visto il Signore!” (v. 18). 

L’agire del Dio cristiano è misterioso e straordinario. Egli sceglie di valersi della testimonianza dei pastori e delle donne per annunciare al mondo la nascita e la risurrezione del suo Unigenito, mentre la Legge giudaica del tempo non riteneva credibile né la testimonianza dei pastori, accusati di bestialità e di abigeato, né quella delle donne e dei bambini. Ma proprio in questo cogliamo un segno della Sua onnipotenza e della storicità dei Vangeli. Se, infatti, tutto fosse stato inventato, gli evangelisti avrebbero affidato la testimonianza non a pastori e a donne, ma ad notabili stimati. Al contrario, illuminati dallo Spirito Santo, comprendono e narrano semplicemente ciò che è avvenuto, fino alla scandalosa incredulità di Tommaso che si scioglie soltanto nel contatto con le piaghe del Redentore. Croce, piaghe e risurrezione compendiano visibilmente l’opera della nostra salvezza.

Agli occhi del Principe di questo mondo, la Passione di Cristo, causa della nostra salvezza e della sua sconfitta, è il peggiore e il più inconcepibile dei crimini, per Dio, invece, la Croce è ad un tempo lo strumento e il prezzo del trionfo della carne sul peccato e sulla morte. “Gesù nostro Signore è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione” (Rom 4, 25). La Croce attua la Pasqua del Signore e la nostra: “chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita” (Gv 5, 24). Pascha è termine ebraico e non greco, come alcuni credono. Esso non deriva dal verbo greco "paskein", "patire", ma dal vocabolo ebraico Pascha, che significa passaggio. Cristo, nostra Pasqua, è passato dalla morte alla vita e ha aperto nella sua carne l’unica via che porta al Padre. “Che cosa mai – esclama sant’Agostino - non devono aspettarsi dalla grazia di Dio i cuori dei fedeli! Infatti al Figlio unigenito di Dio, coeterno al Padre, sembrando troppo poco nascere uomo dagli uomini, volle spingersi fino al punto di morire quale uomo e proprio per mano di quegli uomini che aveva creato lui stesso… Come si può dubitare che egli darà ai suoi fedeli la sua vita, quando per essi, egli non ha esitato a dare anche la sua morte? Perché gli uomini stentano a credere che un giorno vivranno con Dio, quando già si è verificato un fatto molto più incredibile, quello di un Dio morto per gli uomini?” .

Questi misteri noi celebriamo vivendo la Pasqua del Signore. Risorgendo, Gesù si è sottratto allo scorrere del tempo e si è fatto “contemporaneo ad ogni uomo”, fino alla consumazione dei secoli. Padre “Tu hai disposto le cose presenti e le future e quello che tu hai pensato si è compiuto” (Gdt 9,5) e il tuo Cristo, nostro Salvatore, ha rinnovato nel suo sangue la nostra vita “che ha inizio in virtù della fede, perché nella speranza siamo contenti e nella sofferenza siamo pazienti, benché il nostro uomo esteriore si vada disfacendo mentre quello interiore si rinnova di giorno in giorno” (2 Cor 4, 16)  .

 

autore / intelligo
caricamento in corso...
caricamento in corso...
[Template ADV/Publy/article_bottom_right not found]