Il sociologo Bovalino sul dopo-Parigi: "Identità e iper-laicismo: sta prendendo piede la ‘grande sostituzione’"

26 novembre 2015 ore 13:21, Lucia Bigozzi
Il sociologo Bovalino sul dopo-Parigi: 'Identità e iper-laicismo: sta prendendo piede la ‘grande sostituzione’'
Gli Stati sono in difficoltà a fronteggiare una guerra atipica. Hollande deve anche gestire una questione interna alla Francia, ovvero il dibattito politico-culturale sull’immigrazione incontrollata e la difesa dell’identità francese su cui Marine Le Pen ha costruito il proprio consenso elettorale”. Problema esterno – vedi coalizione anti-Isis da costruire – e problema interno per Francois Hollande, che Guerino Nuccio Bovalino, sociologo e ricercatore CEAQ alla Sorbonne individua e argomenta nella conversazione con Intelligonews. Da conoscitore della realtà francese, aggiunge una lettura sul concetto di terrore e della sua mediatizzazione. 
Come valuta quello che in queste ore appare un po’ un gioco delle parti tra leader occidentali intorno al tema della guerra contro l’Isis.

Lo stesso Hollande sembra incerto, Cameron dice sì ma non subito. Cosa succede?

«Il problema è l’incapacità di fronteggiare una guerra atipica. Quello che prima era ricondotto al gesto isolato di terroristi, oggi, attraverso la strutturazione del terrorismo nella forma del Califfato viene data sostanza all’idea di un’istituzionalizzazione del terrorismo. Quindi l’organizzazione dei terroristi che prima era vista come qualcosa di evanescente, oggi si presenta con una strutturazione reticolare e più attrezzata, come dimostrano le reti delle centrali terroristiche da Al Qaeda a Isis ad altre che stanno facendo fronte comune nonostante sotterranee divergenze. In un momento come questo gli Stati si trovano in difficoltà perché devono fronteggiare non un attacco isolato ancorchè enorme come ad esempio quello alle Torri Gemelle nel 2001, bensì un attacco che si manifesta nella forma tradizionale della guerra anche se, paradossalmente, si tratta di una guerra atipica. Il paradosso, infatti, è che l’attentato terroristico non è più occasionale ma ben strutturato al pari di un attacco sferrato nel contesto di una guerra tradizionale, ma al tempo stesso, atipica. Gli Stati occidentali sono preparati a fronteggiare la guerra nella sua forma tradizionale ma in questo scenario c’è anche un altro aspetto…».

Quale?

«E’ la questione legata a giochi di geopolitica che noi cittadini riusciamo a percepire solo in maniera relativa: ci sono Obama e Putin che interpretano una sorta di convergenza degli opposti ma ciascuno dei due ha necessità di mantenere il proprio ruolo guida distinto. Per tutte queste ragioni, a mio avviso, la coalizione anti-Isis non promette nulla di buono»

Lei conosce molto bene la realtà francese: cosa è cambiato se è cambiato, rispetto alla linea interventista che la Francia storicamente e culturalmente ha sempre incarnato e rivendicato di fronte ad attacchi esterni?

«Anche in questo caso, il problema è che il presidente Hollande si mostra incapace di gestire una situazione così complessa, in un momento in cui ogni passo falso può punirlo elettoralmente perché la Francia è alla vigilia delle elezioni regionali. Paradossalmente, Hollande sa di poter compiere l’errore che è stato imputato ad esempio all’America con interventi unilaterali – anche se con Sarkozy si è verificato lo stesso schema – e quindi sa di aver bisogno degli alleati europei non solo dal punto di vista mediatico per avere una legittimazione, ma anche dal punto di vista pratico: non si tratta del bombardamento a tappeto che la Francia fece sulla Libia; qui è un’altra cosa e il presidente francese è consapevole della necessità di mettere in rete i servizi di Intelligence europei. Inoltre, c’è un’America meno decisa rispetto a Putin e quindi anche Hollande in questa fase storica deve riuscire non solo a coinvolgere gli altri Stati ma anche a fare da collante fra visioni diverse tra Stati. La figura di Putin nell’attuale momento è fondamentale, topica direi, nell’operazione anti-Isis, anche perché dall’intervento o meno al fianco di Putin da parte degli altri Stati, come ad esempio l’America, dipenderanno le nuove letture geopolitiche del mondo. Ma Hollande ha un altro problema…».

Interno o esterno? Di che si tratta? 

«In questo momento Hollande deve fronteggiare un dibattito culturale che in Francia è diventato principale argomento politico-culturale, ossia sull’identità francese. Tema strettamente legato al terrorismo perché Marine Le Pen ha costruito il suo consenso sulla necessità di rivedere quel tipo di accoglienza indiscriminata e quella strutturazione iper-laicista che consente la libertà. Basta ricordare la battaglia della Manif Pour Tous sul versante dei diritti e della famiglia, o quella sul tema immigrazione rilanciata dalla stessa Le Pen e calibrata sulla difesa dell’identità. Non solo, ma in Francia sta prendendo campo la tesi di Renaud Camus, intellettuale, che sostiene l’idea della ‘grande sostituzione’. Un concetto secondo cui Camus sostiene che è in atto una vera e propria ‘sostituzione’ del popolo francese ad opera degli immigrati e questo mette in crisi la cultura e l’identità della Francia. Camus invita intellettuali e politici a far fronte comune per tutelare l’identità. Non è un caso che sia stato centrale in Francia nel dibattito di questi ultimi anni il pensiero di Alain Finkielkraut il quale manifesta preoccupazione per un’immigrazione incontrollata che, secondo lui, sta uccidendo la Francia dal punto di vista culturale e politico»

Sul piano psicologico sembra scemare la percezione di terrore, di paura che c’era nell’immediatezza delle stragi di Parigi. Che vuol dire? Effetto overdose?

«Esistono i leader liquidi, esistono i partiti liquidi; la nostra società è liquida, nel senso che ci sono improvvise effervescenze, esaltazioni, tutto è mediatizzato e di conseguenza, lo spettacolo va alimentato da parte dei creatori dello spettacolo e a loro piacimento, verso una direzione precisa. L’esaltazione mediatica delle stragi di Parigi era anche una necessità di compensare la percezione della paura, di esorcizzarla mostrando ciò che è accaduto in maniera quasi esasperata. Non solo, ma è servito anche a costruire una narrazione diffusa attraverso i media per poter avere una legittimazione da parte dell’opinione pubblica, tuttavia questo, come contrappasso, ha provocato una paura esasperata alimentando la cultura del panico. La cosa che mi ha colpito di più in questi giorni è stato l’appello del leader belga rivolto agli utenti dei social network di non postare notizie e aggiornamenti sulle indagini o sulla caccia ai kamikaze in fuga per non dare vantaggio ai terroristi che usano la Rete. Paradossalmente, adesso c’è la necessità di sgonfiare a livello mediatico la comunicazione sulle operazioni dei servizi di Intelligence dei vari Paesi che normalmente operano nel silenzio, ma anche la necessità di ristabilire livelli accettabili di paura per consentire il ritorno a una vita normale. Non sono pochi i teorici che hanno criticato l’invito del leader belga a non uscire e per la prima volta e a differenza di quanto successe dopo Charlie Hebdo con la grande manifestazione dei leader europei, l’Occidente è stato talmente ferito dal punto di vista anche simbolico che non è riuscito a reagire ritrovando se stesso e confermando se stesso. In sostanza, l’Occidente si è auto-censurato limitando le proprie libertà che – invece – sono la chiave sulla quale si basa la nostra cultura».
autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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