Sinodo, per i divorziati risposati non c'è la Comunione: dottrina vince su modernità

26 ottobre 2015, Americo Mascarucci
Sinodo, per i divorziati risposati non c'è la Comunione: dottrina vince su modernità
Come avevamo annunciato nei giorni scorsi il Sinodo sulla Famiglia si è concluso con una vittoria del fronte cosiddetto moderato.

Avanti sì, ma con grandissima prudenza e non è certamente un caso se ad illustrare la Relazione finale è stato proprio l’arcivescovo di Vienna, il cardinale Christoph Schonborn, considerato il capofila dell'area moderata. 

Il punto più dibattuto è stato senza dubbio quello della comunione ai divorziati risposati e la delicatezza del dibattito sembra oggi confermata da quella battaglia all’ultimo voto che ha caratterizzato l’approvazione dell’apposito paragrafo dedicato all’argomento.  
I 265 padri sinodali presenti in aula su un totale di 270,  hanno approvato il paragrafo 85 della relazione finale con una maggioranza molto risicata: 178 sì contro 80 no, soltanto due voti in più rispetto al quorum richiesto per avere una maggioranza qualificata

Adesso la Relazione finale contenente le proposte dei padri sinodali sarà trasmessa a Francesco cui spetterà la parola definitiva sulle tante questioni discusse dall’assemblea. 

Ad ogni modo se non è possibile affermare che nel Sinodo si sia fatto “tanto rumore per nulla”, appare evidente come la Chiesa si sia sostanzialmente preoccupata di favorire una piena e totale integrazione fra misericordia e dottrina, nella consapevolezza che la prima non possa prescindere dal rispetto della seconda. 

E così, la prima osservazione da fare ad esempio è quella di sgomberare il campo da ogni equivoco. Il Sinodo non ha votato a maggioranza la riammissione dei divorziati risposati all’Eucaristia, quindi impensabile affermare che da domani tutti potranno rifare indistintamente la comunione. Assolutamente no.
Il già citato paragrafo 85 recita testualmente:  "è necessario riconoscere che la responsabilità rispetto a determinate azioni o decisioni non è la medesima in tutti i casi e che il discernimento pastorale deve farsi carico di queste situazioni". 
La parola comunione non è mai citata nel testo quasi a voler sottolineare come il discernimento indicato, non necessariamente sia da collegare alla possibilità di poter tornare a ricevere l’ostia. 

Alla fine dunque l’obiettivo della Chiesa rimarrebbe principalmente quello di includere ed integrare i divorziati risposati, esaminando caso per caso, ma senza dare nulla per scontato. Nessun condono generalizzato come si era pensato inizialmente, da domani non cadrà alcun divieto, il matrimonio resterà indissolubile, così come rimarrà una condizione di peccato permanente l’unione civile con un’altra persona dopo aver rotto il vincolo nuziale; ma nessuna scomunica, nessuna discriminazione, accoglienza piena e discernimento dei singoli casi e delle situazioni che li hanno determinati. 

Una porta semi aperta ma non spalancata, un’apertura ma non a 360 gradi come molti si aspettavano. 

Porta invece praticamente sempre chiusa per le unioni gay. L’omosessualità resta in contraddizione con il progetto di Dio che è quello di favorire la continuità del genere umano attraverso l’unione fra un uomo ed una donna. Il Sinodo ritiene che «non esistafondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia». 

Ma non solo, il Sinodo ha anche criticato le pressioni sempre più insistenti della comunità internazionale per ottenere dagli stati il riconoscimento delle nozze gay fino  a vincolare addirittura gli aiuti ai paesi poveri con l’approvazione di leggi che vadano a regolarizzare le unioni fra persone dello stesso sesso. 
Una posizione questa che certamente non mancherà di avere ripercussioni anche nel dibattito in corso in Parlamento per l’approvazione del disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili, che fra le altre cose contiene anche la possibilità per una coppia gay di adottare il figlio di uno dei conviventi. 
Come si posizioneranno adesso i cattolici di tutti gli schieramenti? La posizione della Chiesa su questo tema appare molto limpida e difficilmente strumentalizzabile. Certo, l’ultima parola spetterà al Papa ma Bergoglio fino ad oggi non è che il suo pensiero rispetto all’ideologia gender e alle unioni gay l’abbia tenuta nascosta; e non è certamente un’opinione in linea con lo spirito del Ddl. 
E allora la libertà di coscienza, il voto segreto e tante altre scappatoie potrebbero davvero non bastare più per quei cattolici costretti a mediare fra la loro coscienza e la disciplina di partito o di governo.

 «Nei confronti delle famiglie- conclude la Relazione finale - che vivono l'esperienza di avere al loro interno persone con tendenza omosessuale, la Chiesa ribadisce che ogni persona, indipendentemente dalla propria tendenza sessuale, vada rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione».  In pratica ciò che avevano già ribadito Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. 

Tuttavia la discussione è stata molto accesa soprattutto perché, mentre i modernisti più accesi spingevano l’acceleratore sulle riforme i conservatori dal fronte opposto evidenziavano come, ogni singola apertura sulle varie tematiche, avrebbe potuto rappresentare un cedimento rispetto ad una verità annunciata da Cristo nel Vangelo. 
E l’immagine che sembra uscita dal Sinodo è proprio quella del Gesù misericordioso che però nel perdonare i peccatori indicava anche la strada giusta da seguire, le regole cui uniformarsi per fare la volontà del Padre. 

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