Marò, gli indiani mentono? Quella pista sui proiettili e altre prove

26 ottobre 2015, Americo Mascarucci
Marò, gli indiani mentono? Quella pista sui proiettili e altre prove
Per noi di Intelligonews la notizia non è affatto nuova. 

Esattamente il 13 novembre del 2013 ospitammo un’intervista al giornalista Toni Capuozzo dove in pratica venivano rilanciate le novità diffuse oggi dalla stampa; ossia una serie di manipolazioni che l’India avrebbe effettuato per incastrare i due fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone e accusarli di un omicidio che molto probabilmente non esiste. 

I nuovi dettagli sarebbero contenuti nelle carte depositate ad Amburgo alla Cancelleria del Tribunale del Diritto del Mare. Ecco cosa disse Capuozzo nella nostra intervista: 

“L’inchiesta indiana non ha un problema, ha molti problemi. A cominciare dall’orario dell’incidente, fino alle analisi balistiche. Poi c’è la questione dei proiettili che stanno dall’altra parte dello scafo... Non occorre avere una patente nautica per immaginare che è molto difficile che una petroliera così, che va a 12 nodi l’ora possa sentirsi minacciata da un peschereccio che va al massimo a 8 nodi l’ora. E’ un’inchiesta, quella indiana, che fa acqua da tutte le parti. Sono ansioso di vedere, durante il processo, come cercheranno di dimostrare la colpevolezza dei nostri marò. L’India ha fretta di chiudere perché è imbarazzata, l’imputazione è supportata malissimo, a più riprese ho portato all’attenzione elementi che spiegano bene la vicenda e gli errori di valutazione». 

Ebbene, oggi dalle carte trasmesse ad Amburgo emergerebbe che la rotta sarebbe stata modificata, i proiettili sequestrati sarebbero diversi da quelli in dotazione ai marò e il peschereccio sarebbe stato smontato. 

Secondo quanto risulterebbe in maniera automatica dal sistema di allarme subito attivato a bordo della nave, le due imbarcazioni, la petroliera su cui viaggiavano i marò e il peschereccio, sarebbero passati a 920 metri di distanza e non a 50 come hanno sostenuto gli inquirenti indiani. I proiettili sparati dalla nave sarebbero arrivati sul peschereccio da sinistra e non da destra ossia sulla fiancata su cui sono stati trovati i fori delle pallottole. I due pescatori inoltre risulterebbero uccisi da proiettili diversi da quelli dati in dotazione a Latorre e Girone.

“Le palottole dei marò erano lunghe 23 millimetri e si sarebbero assottigliate in seguito all'impatto con il tessuto osseo dei due pescatori” hanno sostenuto gli inquirenti del Kerala. In realtà non c’è alcuna certezza di quanto sostenuto dall’accusa e non sono state mai fatte verifiche in tal senso. 
Poi gli orari; l'assalto sventato alla Lexie, la petroliera dei marò  è avvenuto alle 16,30 del 15 febbraio mentre il  comandante del peschereccio dichiarò a suo tempo che la sparatoria sarebbe avvenuta alle 21,30. 

Ma c’è un altro aspetto che inquieta e pure parecchio: Il professor Sasikala parla di proiettili molto diversi da quelli in dotazione ai marò mentre il perito balistico Nisha assicura che le pallottole partirono "da fucili calibro 5 e 56 ad alta velocità, dall'alto verso il basso e da grande distanza". 
La perizia è del 19 aprile 2012 e c’è il legittimo sospetto che la scena del presunto crimine sia stata volutamente manipolata. 
In che modo?  
I sequestri della petroliera Lexie si conclusero infatti il 25 febbraio ben dieci giorni dopo l’avvenuta sparatoria; un lasso di tempo più che sufficiente per sparare usando i mitra dei marò e recuperare i proiettili. La Marina italiana però assegna ad ogni fuciliere un’arma individuale, questa è una regola che evidentemente nel Kerala hanno ignorato. Quindi i colpi che hanno ucciso i pescatori non sarebbero potuti partire dai fucili di Latorre e Girone. 

Insomma Capuozzo aveva visto giusto e prima degli altri? Ma perché l’India avrebbe dovuto incastrare ad ogni costo i due fucilieri italiani? Forse perché c’erano le elezioni politiche alle porte e la vicenda poteva tornare utile contro il Partito del Congresso guidato dall’italiana Sonia Ghandi? 

Sta di fatto che l’inchiesta indiana si è talmente incartata su se stessa che non riesce a cavare un ragno dal buco. Proprio come disse Capuozzo circa due anni fa l’inchiesta fa acqua da tutte le parti e di fronte a tante inesattezze e incongruenze gli inquirenti indiani non saprebbero più come supportare le accuse. 

A questo punto alla luce delle nuove rivelazioni è forse giunto il momento che la comunità internazionale, ma in primo luogo l’Unione Europea, si facciano sentire presso il governo indiano affinché la vicenda venga chiarita al più presto con tante scuse per i due marò e per l’Italia intera. 

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