Cervello anti-cecità: gli occhi possono riprogrammarsi con le protesi

26 ottobre 2016 ore 13:15, Americo Mascarucci
Anche dopo anni di cecità il cervello può riavviare la capacità di vedere: le aree cerebrali della visione, anche dopo anni di 'abbandono', possono riprogrammarsi e tornare alle loro funzioni originarie.
Un nuovo studio appena pubblicato sulla rivista Plos Biology e condotto in collaborazione tra il team di Università di Pisa, Fondazione Stella Maris e Istituto di Neuroscienze del CNR, coordinato dalla professoressa Maria Concetta Morrone, e il team di Oculistica dell’Azienda Ospedaliera-Universitaria di Careggi e dell’Università di Firenze, guidato dal professor Stanislao Rizzo, ha indagato quest’aspetto studiando un gruppo di pazienti ciechi affetti da retinite pigmentosa che sono stati sottoposti all'impianto di una protesi retinica. 
"La letteratura scientifica ha ormai dimostrato che dopo anni di cecità il cervello umano si riorganizza e le aree corticali un tempo dedicate a elaborare segnali visivi, essendo ormai inattivate, assolvono nuove funzioni come ad esempio l’elaborazione di informazioni tattili o uditive – spiega Elisa Castaldi, primo autore dello studio – I dati ottenuti da questo gruppo di pazienti dimostrano che questo processo è in parte reversibile e che si può fare in modo che le aree che una volta erano visive tornino a svolgere la loro funzione originaria, sebbene il nuovo segnale visivo sia molto diverso e molto distorto rispetto a quello originale"

Cervello anti-cecità: gli occhi possono riprogrammarsi con le protesi
La ricerca dimostra l'importanza dello studio dei meccanismi di 'riprogrammazione' che avvengono nel cervello per la progettazione di future protesi sempre più efficienti. 
Una scoperta che potrebbe aiutare le persone colpite dalla cecità causata dalla lenta e progressiva degenerazione della retina, come nel caso della retinite pigmentosa. 
Questa malattia degenerativa, che in Italia colpisce una persona su 15.000, porta alla distruzione dei sensori di luce che si trovano nella retina senza però danneggiare i percorsi di collegamento con il cervello. 
Nello studio sono state misurate le risposte comportamentali e le attivazioni cerebrali con metodi di risonanza magnetica funzionale prima e dopo l’impianto della protesi. 
Il sistema di neuro-stimolazione cattura tramite una telecamera montata sugli occhiali del paziente immagini del mondo esterno, che poi elaborate e compresse vengono convertite in segnali elettrici e trasmesse, tramite un sistema di bobine a comunicazione wireless, a degli elettrodi impiantati che stimolano gli assoni delle cellule gangliari della retina.
"È importante tenere presente – continua Elisa Castaldi – che questi cambiamenti avvengono nell’arco di svariati mesi e che c’è una correlazione tra la quantità di esercizi riabilitativi effettuati dal paziente, il cambiamento cerebrale e la capacità di utilizzare il nuovo strumento. È come se il cervello dovesse imparare a vedere di nuovo". 


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