Canton Ticino "chiude" a lavoratori italiani. "Prima i nostri", ma non è legale

26 settembre 2016 ore 12:22, Americo Mascarucci
Il Canton Ticino ha approvato l'articolo costituzionale "Prima I Nostri", che invita a privilegiare, nelle assunzioni, la manodopera locale. 
Una proposta dell'Udc, il partito di destra che è il più votato, a livello svizzero. 
Si chiama "preferenza indigena", e la maggioranza dei ticinesi, per la precisione il 58%, con un referendum ha scelto di inserirla nella Costituzione del Canton Ticino. 
A farne le spese saranno in primo luogo i frontalieri italiani visto che sono proprio gli italiani i lavoratori stranieri più presenti e operativi nel Ticino. 
"Ce l’aspettavamo, anzi è già tanto che la percentuale non sia stata più alta", commenta Eros Sebastiani, presidente dell’Associazione Frontalieri Ticino.  
 Le conseguenze non saranno immediate: prima di diventare effettiva, la modifica costituzionale dovrà essere avallata dall’Assemblea federale di Berna, che valuta la conformità al diritto nazionale.
"La libera circolazione va limitata, solo in questo modo si potranno combattere fenomeni deleteri quali la sostituzione di lavoratori ticinesi con frontalieri e il dumping salariale", esulta la Lega dei Ticinesi, che ha fatto campagna elettorale con l’Unione Democratica di Centro.

Canton Ticino 'chiude' a lavoratori italiani. 'Prima i nostri', ma non è legale
E le reazioni dei politici italiani all'esito di questa votazione cantonale non si fanno attendere.
Il presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni ha attaccato: "Vigileremo che il referendum non danneggi o discrimini i lombardi".
Parole dure arrivano anche dal vicesegretario PD Debora Serracchiani. Il suo sfogo, su Twitter, è un monito: "Il Ticino alza un muro contro lavoratori italiani. I nazionalisti nostrani badino che il virus xenofobia colpisce senza guardare in faccia nessuno".
Tuttavia c'è chi fa notare che l'articolo non sarà di facile applicazione anche perché presenterebbe vizi di carattere legale di non facile soluzione come accertato dal Consiglio di Stato ticinese che proprio per questo aveva suggerito una strada diversa e maggiormente percorribile sul piano giuridico.  

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