Nè matrimonio, nè delega, sindaco di Favria contro nozze gay: cosa rischia

26 settembre 2016 ore 12:49, Americo Mascarucci
Il sindaco si rifiuta di unire in matrimonio una coppia gay e anche di delegare altri a farlo in sua vece.
Si tratta di Serafino Ferrino, primo cittadino di Favria, località di 5200 abitanti in provincia di Torino. 
Un caso che sta facendo discutere anche perché, dopo l’approvazione della legge sulle unioni civili da parte del Parlamento, numerosi sindaci si erano espressi contro, annunciando il loro rifiuto di unire in matrimonio persone dello stesso sesso, ma assicurando comunque il rispetto della legge attraverso l’istituto della delega. 
In questo caso invece il sindaco di Favria, oltre a rifiutarsi di sposare due ragazzi del Paese non ha voluto neanche delegare un pubblico ufficiale a sostituirlo. 
"Non è una sfida - ha raccontato Ferrino - ma non ho intenzione di delegare nessuno. Questa legge è un errore e non vedo perché un sindaco debba essere obbligato a rispettarla andando contro i propri principi etici. E nella mia posizione sono certo che si trovino tantissimi sindaci in Italia". 
Tuttavia il problema può essere facilmente aggirato rivolgendosi al responsabile dell’ufficio anagrafe, l’unico che potrebbe sposare la coppia anche senza la delega del sindaco. 
A meno che anche il dirigente comunale non si rifiuti di farlo, ma appare poco probabile che un funzionario dello Stato metta a rischio la propria posizione, dal momento che la legge non ha previsto il diritto all’obiezione di coscienza. 

Nè matrimonio, nè delega, sindaco di Favria contro nozze gay: cosa rischia
Il sindaco, rifiutandosi di delegare altri a celebrare le nozze, di fatto avrebbe messo in atto un comportamento contrario alla legge e quindi teoricamente perseguibile. Secondo alcuni potrebbe anche configurarsi "l'interruzione di pubblico servizio".
Il Prefetto stesso potrebbe intervenire  e celebrare le nozze al posto del sindaco o nominare lui un delegato.
Ma evidentemente al primo cittadino piemontese questo aspetto interessa poco come anche le inevitabili polemiche legate alla sua scelta, con tanto di richieste di dimissioni giunte da più parti.
A lui interessava lanciare un messaggio chiaro e riaprire forse i termini di una discussione sul diritto all’obiezione di coscienza soffocata dal ricorso al voto di fiducia imposto dal Governo sulla legge Cirinnà. Problema che esiste e che non andrebbe né sottovalutato, né taciuto. 
Perché anche il diritto all’obiezione di coscienza nei riguardi di una legge destinata ad impattare con i propri convincimenti etici, dovrebbe essere sacro quanto il diritto di una coppia gay ad essere riconosciuta dallo Stato. 

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