La violenza virtuale è reale: la sentenza della Cassazione

27 aprile 2015, intelligo
Essere molestati sul web non è un qualcosa di virtuale, ma di reale. Di conseguenza anche le sanzioni e le pene sono quelle relative agli abusi. Si può, dunque, abusare anche in rete: è questa la storica sentenza della Cassazione. 

La violenza virtuale è reale: la sentenza della Cassazione
Così la Suprema Corte di Cassazione sul ricorso di un ultracinquantenne campano accusato di atti sessuali nei confronti di una minorenne di nove anni, tramite l'utilizzo dei social unito a webcam e collegamenti in video chiamata. Non era la prima volta. L'uomo era stato, infatti, precedentemente accusato di medesimi atti con medesime modalità nei confronti di una undicenne.

La Cassazione ha interamente rigettato il ricorso presentato dalla difesa del campano, fatta eccezione per un capo d'imputazione: l'accusa di prostituzione minorile, che la Corte d'Appello dovrà rivalutare, rideterminando così la pena inflitta rispetto al reato in questione.

"La violenza o gli atti sessuali virtuali con minorenni non sono necessariamente caratterizzati da una minore gravità rispetto a quelli reali", hanno osservato i giudici della Terza sezione penale.

In particolare nella sentenza, scritta da Vincenzo Pezzella, si legge come oggi “si usa il computer, il tablet, lo smartphone, per raggiungere gli amici, ma anche per studiare, per giocare, per tenersi informati. I social network, che piaccia o no, costituiscono una forma di socializzazione che si è affiancata, quando non li ha patologicamente sostituiti, ai tradizionali strumenti con cui si allacciavano e si intrattenevano i rapporti interpersonali”.

“La violenza che arriva attraverso il computer, raggiungendo, ad esempio, il bambino all'ora in cui è nella propria stanza a giocare con gli amichetti, può essere anche più subdola e pericolosa di quella cui può essere esposto a scuola, in palestra, per strada o tra la gente. In tali ultimi casi, infatti, - prosegue la Suprema Corte - un bambino è sottoposto ad una vigilanza e ad una protezione familiare e sociale che inevitabilmente, invece, si allenta - e può intervenire, come nei casi che ci occupano, solo successivamente ai fatti in un ambito di controllo 'ex post' dell'operato dei figli - quando il minore è nel chiuso della sua stanza, apparentemente al sicuro dalle insidie degli estranei”.


di Gianfranco Librandi
 
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