Derby Torino, il sociologo Bovalino: "Finiti i simboli, nel calcio piccole tribù. E' la guerra pop"

27 aprile 2015, Marco Guerra
La follia ultras andata in scena ieri a Torino, con l’assalto al pullman della Juventus e la bomba carta contro i tifosi granata, torna a suscitare l’indignazione di vasti settori dell’opinione pubblica, che continuano a chiedere sanzioni esemplari e un giro di vite contro le tifoserie calcistiche.  A Bergamo invece sono volati cazzotti tra calciatori, con Denis (Atalanta) che avrebbe colpito con un pugno il giocatore dell’Empoli Tonelli. Fatti che portano a fare una nuova riflessione sul mondo calcio. IntelligoNews ne ha parlato con il sociologo Guerino Nuccio Bovalino, ricercatore del Ceaq Sorbonne, e studioso dei media e dell’immaginario...

Derby Torino, il sociologo Bovalino: 'Finiti i simboli, nel calcio piccole tribù. E' la guerra pop'
Prof. Bovalino anche questa domenica il sistema calcio italiano ha dato una pessima immagine di se stesso, con violenze fuori e dentro gli stadi. Sono tanti gli spunti, a lei cosa la colpisce?

«Non mi sembra il caso di fare la solita analisi sui gruppi organizzati che hanno altre mire. Trovo più interessante il calcio come fenomeno sociologico contemporaneo. Pasolini - che era un grande appassionato di pallone - diceva che il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo, dunque è un rito non un passatempo. Mi trovo molto d'accordo anche con quanto diceva lo scrittore uruguaiano, Eduardo Galeano, secondo il quale il calcio è l’unico fenomeno in mano ai tecnocrati dove comunque rimane l’arte dell’imprevisto».

Forse è per questo che malgrado tutto il calcio riesce ancora ad attrarre e ad infiammare masse numericamente importanti della popolazione?

«Ho fatto queste due citazioni proprio per spiegare questo fenomeno. In un momento in cui l’individuo, come cittadino, è costretto a subire una crisi di rappresentanza della politica e delle ideologie e una crisi economica che lo ha destrutturato come parte produttiva, il calcio resta l’unico luogo che gli offre la possibilità di richiamarsi ad un’appartenenza».

Ma la somma di identità e appartenenza non deve per forza sfociare nella violenza...

«È  vero, ma questa appartenenza calcistica, in tempi in cui l’uomo è privato di qualsiasi altra forma di rappresentanza della propria identità, diventa un’esasperazione. Il calcio da effetto placebo diventa un luogo per costruire comunità che altrimenti non riuscirebbero a formarsi nella società. E questa appartenenza viene così esasperata e caricata di altri significati».

Infatti  la militanza politica sembra sparita dalle strade – salvo alcune eccezioni – mentre le tifoserie hanno assunto connotazioni politiche sempre più marcate. Insomma lo stadio ha catalizzato anche altre identità?

«La politica è entrata nello stadio perché fuori sono venute meno le altre forme di rappresentanza. Gli individui non si raggruppano più in nome di un’ideologia, di una grande visione del mondo, ma in piccole tribù con le quali condividere una passione. Grazie a queste piccole tribù costruiscono la propria narrazione del mondo».

Tribù urbane come mods, skin, punk...  

«Esatto, ma per quanto riguarda la violenza c’è anche un dato antropologico...».

Un istinto atavico dell’essere umano?

«Quando si è parlato di un intervento massiccio in Libia, alcuni intellettuali si sono interrogati su chi sarebbe stato disposto a partire per fare questa guerra. Ecco queste guerriglie tra ultrà mi sembrano piccole guerre quotidiane ‘pop’ fatte da una generazione occidentale che non riesce ad avere un’idea plastica della guerra reale, perché fortunatamente non l’ha mai vissuta nella quotidianità. Dunque, questa guerriglia urbana viene declinata in maniera pop e non è altro che un istinto arcaico dentro di noi che sfocia in maniera ludica nel calcio».

Insomma mentre in Medio Oriente a sedici anni può capitare di imbracciare un’arma, in Europa ci meniamo allo stadio...

«In una società civilizzata questo arcaico di cui parlavo resta latente, e questa parte maledetta viene in superficie in qualche modo. Le guerriglie pop sostituiscono l’incapacità dell’uomo occidentale di tenere a bada questo istinto. Il campo di battaglia nello stadio consente a quella parte dell’antropologia dell’essere umano di sfociare in maniera pop. Ma questo è un problema che riguarda l’intera società, il fenomeno sportivo raggiunge livelli tali di violenza quando ogni cittadino è privato di tutti gli altri simboli a cui legarsi. Ma da qui non bisogna condannare il calcio in quanto tale, stiamo infatti parlando di un fenomeno che va al di là dello aspetto sportivo»

Senza fare dietrologia da due soldi, possiamo quindi affermare che il calcio è usato come 'sfogatoio' della popolazione,  da parte di molti centri di controllo della società?

«Questo della violenza negli stadi sembra infatti un problema che nessuno vuole risolvere davvero. In pratica tutti dicono “armiamoci e partite”. Ovvero partite voi... sfogatevi che noi controlliamo il resto delle cose concrete. La capacità di gestire il potere significa anche trovare luoghi dove far sfogare la gente»

Eppure a prima vista sembrerebbero tante energie sprecate. Visti i problemi epocali di questo Paese i giovani potrebbero mettere tanta foga per cambiare la società...

«Siamo in un momento storico in cui i veri nemici sono dei concetti astratti, come la finanza, la disoccupazione, l’Unione Europea. Non riusciamo a combatterli sul campo allora ecco la necessità di sfogare la frustrazione nella lotta tra tribù sportive. Le lotte tribali tra ultras sono una compensazione che consente di individuare il nemico in un momento in cui il vero nemico è invisibile»

Come può venirne fuori questa generazione? In fondo, anche tra i tifosi, i violenti sono una minoranza, ci sono gruppi ultras molto impegnati  nel sociale, nel volontariato...

«Questa generazione riuscirà ad uscirne fuori quando smetterà di riconoscersi in tribù in guerra tra di loro. Questo non significa che deve tornare ad identificarsi e dividersi parlando con le vecchie categorie del novecento. Potranno fare qualcosa di più concreto e mettere a frutto questo impegno quando si riconosceranno come gruppo di deboli contro i veri potenti che sono altrove»

Per concludere, a lei piace il calcio? Si definisce un tifoso?

«Si io mi definisco un interista zanettiano. Mi riconosco in Zanetti, in tutto quello che rappresenta come sportivo, perché utilizzava la propria individualità per essere eroico, era un monito per tutto il resto della squadra. Mi entusiasmavano le sue ripartenze  nei momenti di difficoltà, io suoi scatti erano pura filosofia»

Il calcio riesce quindi ad essere una magnifica metafora dell’umanità sia nei suoi aspetti positivi che negativi?

«Non è un caso infatti che, recentemente, in uno dei più affermati festival di filosofia è stata presentata una collana di libri interamente dedicata alla filosofia del calcio»
autore / Marco Guerra
Marco Guerra
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