Obama a tutto commercio e guerra (in Europa)

27 aprile 2016 ore 12:01, intelligo
Di Alessandro Corneli

Il 26 aprile è iniziato a New York il 13° round di negoziati sul Ttip, il Trattato di libero scambio tra Unione europea e Stati Uniti. Barack Obama ha voluto prepararlo con un viaggio in Europa per convincere il Regno Unito (non ce n’era bisogno) e soprattutto la Germania, ignorando la Francia. Il suo obiettivo è arrivare alla firma entro quest’anno, cioè prima di lasciare la Casa Bianca il 20 gennaio 2017. Anche perché sia Hillary Clinton sia Donald Trump si sono espressi contro il trattato, seppure per motivi di consenso elettorale. Il trattato, infatti, fortemente sponsorizzato da Wall Street, cioè dalle grandi multinazionali, non mira certo a indebolire la potenza americana. Aggiungiamo che il presidente americano  vuole giustificare il premio Nobel per la pace, che ricevette a credito il 9 ottobre 2009, a meno di nove mesi al suo insediamento alla Casa Bianca, “per i suoi straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e cooperazione tra i popoli”. Raggiungerebbe l’obiettivo se, dopo avere ottenuto la firma del Ttp, cioè il trattato di libero scambio con undici paesi dell’area del Pacifico, riuscisse a ottenerla anche dai ventotto paesi dell’Ue che hanno affidato la trattativa alla Commissione di Bruxelles. Il doppio super-accordo commerciale attraverso gli oceani Atlantico e Pacifico avrebbe come epicentro, non a caso, gli Stati Uniti.
Diciamo subito che la ratio dei due trattati è una ratio ad escludendum: con quello concluso con i paesi dell’area del Pacifico, Obama vuole isolare la Cina, che non ha aderito; con quello, più difficile, con l’Unione europea, vuole isolare la Russia, già sottoposta a sanzioni a causa dell’Ucraina. Per questo il presidente americano ha fatto un viaggio in Europa con due tappe fondamentali a Londra e Berlino. Nella capitale britannica, esercitando unilateralmente  il diritto d’ingerenza (fondato sulla tradizionale amicizia), si è speso contro la Brexit, cioè contro l’ipotesi che al referendum vinca il “no” alla Ue. Risultato: il premier Cameron è pronto a firmare a scatola chiusa il TTip, cioè il trattato di commercio transatlantico. In Germania, ha fatto capire ad Angela Merkel che gli Usa considerano Berlino l’interlocutore decisivo al di qua dell’Atlantico, ma la cancelliera sa bene che gran parte dell’approvvigionamento energetico viene dalla Russia e non vuole vedere salire la tensione con Mosca anche per non compromettere la situazione in Ucraina e nel Vicino Oriente dove gli interessi tedeschi sono importanti. Con la Francia, è inutile discutere: Hollande non è de Gaulle, ma a Washington si sa bene che i francesi tengono alla propria identità e non amano la globalizzazione, che definiscono mondializzazione, termine ricco di sfumature negative. La partita è incerta. In Italia c’è un fronte ufficiale favorevole al Ttip, ma le resistenze sotterranee sono forti: non si è certi, infatti, che la standardizzazione della produzione, cui mira il trattato, favorirebbe quelle medie e piccole imprese italiane che fondano la qualità dei loro prodotti in parte non trascurabile proprio sulle specificità produttive, mentre di sicuro favorirebbe le grandi multinazionali che, attraverso la standardizzazione dei metodi produttivi, puntano a rafforzare la standardizzazione dei consumi, che poi si traduce nella conquista dei mercati. Ma su tutto fa premio la preoccupazione europea (britannici esclusi) di non ratificare un accordo commerciale che avrebbe il significato politico di isolare la Russia, senza la quale, si pensa, sarà impossibile mettere sotto controllo le turbolenze di quell’area mediorientale le cui risorse energetiche sono vitali per l’Europa.  E comporterebbe un aumento delle spese militari dei paesi europei i cui bilanci non sono particolarmente floridi mentre la ripresa economica resta negli auspici di tutti.
Imponendo standard produttivi uguali per tutti, gli Usa ritengono che ciò costringerebbe i paesi esclusi dai trattati ad adeguarsi: l’obiettivo è di contenere la Cina e gli altri produttori che a basso prezzo conquistano i mercati.  Ma isolare la Cina, seconda potenza economica mondiale, non è un’operazione priva di rischi, non solo dal punto di vista dell’interscambio commerciale, poiché molte grandi e medie imprese contano sulle esportazioni in Cina, ma anche da quello finanziario considerata la massa di titoli pubblici del Tesoro americano in mano cinese. Con la firma dei due trattati, anche il ruolo mondiale del dollaro risulterebbe assicurato per parecchio tempo. Infine non si può prescindere dal fatto che la spesa militare americana, di circa 600 miliardi di dollari, rappresenta la metà della spesa militare mondiale, che risulta quindi  tre volte più della Cina e nove volte più della Russia, e diventerebbe il nucleo armato di questo superblocco commerciale.   
C’è quindi da dubitare su quanto realmente sarà rafforzata la cooperazione tra i popoli – come dice la motivazione del Nobel per la pace assegnato a Obama – se i due trattati “commerciali” finiranno per essere l’involucro di una sfida globale, quindi anche militare, nei confronti della Russia e della Cina, due grandi paesi che sarebbero inevitabilmente indotti a rafforzare le loro già buone relazioni. Una prospettiva di scontro che non può allettare gli europei, già impegnati in una serie di problemi interni, primi tra tutti la disoccupazione e l’immigrazione.  In ogni caso, il trattato, se sarà firmato, dovrà essere approvato dal Parlamento europei e dai parlamenti dei 28 e, naturalmente, anche dal congresso americano, che potrebbe rivelarsi l’ostacolo più duro da superare. 

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