Fare, disfare, rifare il futuro

27 febbraio 2013 ore 15:42, Francesca Siciliano
Fare, disfare, rifare il futuro
Partita come laboratorio culturale di Fini e della fu Alleanza Nazionale, la Fondazione Farefuturo negli ultimi anni è stata protagonista delle vicissitudini che hanno travolto la destra italiana. Era partita in quarta nel 2007: presieduta da Adolfo Urso e condotta dall'alto da Fini voleva promuovere la cultura delle libertà e dei valori dell'Occidente e far emergere una nuova classe dirigente adeguata a governare le sfide della modernità e della globalizzazione. La Fondazione, infatti, secondo gli stessi fondatori nacque con lo scopo di «completare gli ultimi passaggi verso la modernizzazione della destra italiana» e di «ripensare il centrodestra in prospettiva europea al fine di delineare le fondamenta culturali e sociali della destra e del centro in Europa». Visse anni di gloria quando Alleanza Nazionale raccoglieva un ampio consenso grazie soprattutto alla figura di Fini, in continua ascesa. E gli rimase agganciata quando nel 2010 si consumò lo strappo dal Pdl di Berlusconi. La Fondazione, infatti, rappresentò il tink thank culturale di Futuro e Libertà per tutto il periodo che vide Adolfo Urso nelle fila del neonato partito finiano. Poi anche Urso abbandonò il “barcone” di Fli. Ma tutto sommato il divorzio fu consensuale: la Fondazione rimase a Urso, Fini si “accontentò” della presidenza ad honorem. Avrebbe dovuto, a prescindere, rappresentare esclusivamente un laboratorio di idee e di valori espressione del centrodestra in generale. Ma nell'ultimo anno e mezzo Farefuturo ha subito tutte le trasformazioni politiche che hanno visto protagonista Urso, finendo per trovarsi politicamente in una terra di mezzo: non nella destra berlusconiana, né in quella finiana. Ma a che prezzo? Oggi Urso, in qualità di ex An, è stato lasciato a casa. Non è stato candidato nelle fila del Pdl, né in quelle di Monti, tantomeno in quelle di Fli. Che fine farà dunque, la prestigiosa Fondazione? Chiuderà i battenti, sostengono i maligni. Ma il Presidente, dopo una fase di riflessione e silenzio, ha  battuto il famoso colpo. Nonostante il cambio di sede (dalla storica sede di Palazzo Serlupi Crescenzi a Via Ennio Quirino Visconti), è tornato a parlare ai suoi. Manifestando tutte le intenzioni di «proseguire l'attività più convinti che mai, della necessità di un centrodestra che si fondi davvero su un progetto culturale e politico e non sia solo espressione di una forte leadership» ha sostenuto Urso in una lettera invitata ai soci. Il Presidente, poi, ha riconosciuto la difficoltà di questa fase politica che la destra sta attraversando, ma vuole dare «un contributo di idee, come sempre». Vuol lanciare un messaggio forte, un messaggio di speranza per tutto quel popolo di centrodestra che si sente deluso dalla scarsa rappresentanza. Non per forza gli eventi politici devono far sì che tutto il lavoro messo in atto in oltre dieci anni debba dissolversi: «Noi ci siamo e resteremo». Dalle ceneri, dunque, si può e si deve risorgere. Serve solo un progetto. Quale sarà quello di Urso? Magari ricomprendere tutti i big che a questo giro resteranno fuori dal Parlamento. Magari riorganizzarsi. Magari farlo in fretta: questo “giro” potrebbe durare pochissimo.
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