Apple all'Fbi: "Volete lo stato di polizia". Ma davvero la privacy conta più della sicurezza?

27 febbraio 2016 ore 11:38, Adriano Scianca
Apple all'Fbi: 'Volete lo stato di polizia'. Ma davvero la privacy conta più della sicurezza?
Uno “stato di polizia”. Con questa espressione il legale della casa di Apple, Ted Olson, alza la posta “ideologica” della querelle che oppone la casa di Cupertino all'Fbi. Sul tavolo sempre la richiesta governativa di sbloccare l'iPhone del terrorista che ha compiuto la strage di San Bernardino. Ma il gruppo della mela morsicata non ci sta e rilancia: “Se la Apple perderà questa battaglia ci ritroveremo in uno stato di polizia”. Olson aggiunge che sarebbe pericoloso avere “un governo con poteri illimitati che potrà sempre ascoltare le nostre conversazioni telefoniche”. Apple, quindi, non solo continua a rifiutarsi di sbloccare l'iPhone di Syed Rizwan Farook (il timore è che, creata la tecnologia per fare ciò che chiede l'Fbi per uno smartphone, poi la stessa venga usata per tutti i telefonini) ma addirittura alza il livello delle protezioni, dando mandato ai suoi ingegneri di sviluppare nuove misure di sicurezza che renderanno impossibile accedere ad un iPhone bloccato usando metodi simili a quelli al centro della battaglia legale che si sta combattendo davanti alla magistratura californiana. 

Anche il Ceo della Mela Tim Cook, in un'intervista alla Abc, ha usato parole forti, affermando che forzare lo sblocco degli iPhone è “l'equivalente software del cancro”: “Ci stanno chiedendo di scrivere un programma che potrebbe esporre le persone a pesanti vulnerabilità”. L'Fbi, però, non demorde: “Non stiamo cercando di creare un precedente”, ha assicurato il direttore della polizia federale, James Comey, in un'audizione al Congresso. Al centro del dibattito c'è ovviamente anche una più ampia questione “filosofica”, sui limiti del potere dello Stato e l'importanza della privacy. Fin dove possono arrivare le esigenze della sicurezza? Cosa può e non può chiedere il governo a un'azienda privata? Ma anche: se ci fossero reali minacce terroristiche, varrebbe la pena rischiare di perdere vite umane per proteggere i contenuti dei nostri inutili telefonini?
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